Chi troppo vuole nulla stringe

Si può riassumere in questo proverbio la posizione dei Giovani liberali radicali, contraria all’iniziativa popolare «Per la protezione di salari equi» in votazione il prossimo 18 maggio

L’obiettivo di combattere il dumping salariale è senz’altro condivisibile, ma dall’oggi al domani i datori di lavoro non avranno certo più soldi a disposizione per remunerare i loro dipendenti. Ed è per questo che se i salari sotto alla soglia scelta dai sindacati potranno anche venir aumentati, il rischio reale per quelli al di sopra è che vengano rivisti al ribasso per arrivare a un costo totale della manodopera simile a quello attuale.

Posti di lavoro piovere dal cielo non ne ho ancora visti, semmai si assiste (purtroppo) al contrario: nonostante a sinistra si tenda spesso a dimenticarlo la crisi colpisce anche le imprese, come dimostra ad esempio il crollo del gettito fiscale delle persone giuridiche, più che dimezzato in pochi anni. Le conseguenze negative sono concrete e non solo un’ipotesi remota. E’ notizia di pochissimi giorni fa la delocalizzazione in Polonia della produzione della GE Consumer & Industrial SA di Riazzino, la quale fa capo al grande colosso transnazionale, e che lascia quindi a casa un terzo dei suoi impiegati. E’ la dimostrazione del fatto che volenti o nolenti siamo in competizione con il resto del mondo.

Il discorso si aggrava quando si parla di attività che richiedono manodopera poco qualificata e con poca esperienza, le quali non potrebbero più rimanere in Svizzera. In particolare i giovani sarebbero ostacolati o svantaggiati nell’entrata nel mondo del lavoro, ad esempio con forme di lavoro precariato. Oppure ancora vi è il rischio di licenziamenti, con la conseguente ridistribuzione sui dipendenti rimasti del lavoro che prima facevano altri. Non proprio nell’interesse di chi si vorrebbe aiutare.

L’introduzione di un salario minimo, invece, dovrebbe tener conto almeno del settore lavorativo e delle differenti realtà sociali ed economiche del nostro Paese. Molto pragmaticamente ritengo che un minimo assoluto di 4’000 franchi al mese, senza esperienza né formazione, in Ticino sia semplicemente chiedere troppo.

Gli abusi dei furbi che già oggi firmano ufficialmente contratti al 50% ma che poi impiegano (o meglio sfruttano) a tempo pieno non potranno che aumentare. Prima dovremmo riuscire a far rispettare le regole in vigore attualmente, altrimenti se fra due mesi l’iniziativa dovesse passare il mercato nero rischia solamente di incrementare.

Inoltre, se le imprese dovessero stipendiare maggiormente i loro dipendenti, sarebbe inevitabile un aumento del costo dei prodotti finali e dei servizi che offrono, andando a toccare le tasche di molti più consumatori e danneggiando importanti settori dell’economia elvetica quali il turismo e le esportazioni. Ciò, unitamente a un abbassamento generale dei salari sopra la soglia di 4’000 franchi, graverebbe ulteriormente e ancora una volta sul ceto medio. Pertanto non solo non è lo strumento necessario attualmente ma manca completamente il suo obiettivo. Come liberale credo nel partenariato sociale e vedo quindi di buon occhio l’iniziativa popolare cantonale «Salviamo il lavoro in Ticino» (prima firmataria Greta Gysin), per minimi salariali previsti da un contratto collettivo o altrimenti stabiliti dal Consiglio di Stato, ma che tengano conto del settore, delle mansioni degli impiegati e specialmente della nostra realtà economica.

I Giovani liberali radicali ticinesi invitano a respingere l’ennesimo boomerang dalle false speranze, continuando piuttosto sulla strada già tracciata dei contratti collettivi di lavoro. Non è fissando il salario minimo più alto al mondo che il lavoro aumenterà come per magia. Sarebbe bello, ma al contrario l’effetto più plausibile è proprio l’opposto. Più disoccupazione? E soprattutto più disoccupazione giovanile? Ma anche no.

Articolo apparso su Opinione Liberale.