Sfide più urgenti post Coronavirus

Negli ultimi mesi l’attualità politica, sociale, economica, culturale e sportiva è stata dominata dalla crisi legata al coronavirus. Appena allentata un po’ la morsa dei contagi, la discussione si è spostata sulla sensibile questione dei costi. Chi paga i tamponi? Chi paga i testi sierologici? Quanto ci costeranno, soprattutto in termini di premi, questi mesi difficili che stiamo vivendo? Una domanda non indifferente, quest’ultima, poiché oltre alla crisi sanitaria il virus ha indotto una crisi economica senza pari, i cui sintomi sono tutt’altro che un raffreddore. Un nuovo e forte aumento dei premi alla fine dell’anno rischierebbe infatti di incidere ancor più sui bilanci di molte economie domestiche, già sotto pressione nella situazione attuale.

A questo riguardo è positivo il fatto che gli assicuratori malattia siano tenuti per legge ad accantonare delle riserve, costituite su diversi anni attraverso un prelievo leggermente maggiore dei premi. Attualmente la somma di queste riserve ammonta a circa 8 miliardi di franchi e corrisponde più o meno a tre mesi di prestazioni sanitarie nell’ambito della LAMal, che in Svizzera superano in un anno i 30 miliardi di franchi (!). Sono pertanto contestualizzabili – e credibili – le affermazioni provenienti dagli assicuratori che promettono che il flagello del coronavirus non sarà alla base di un aumento dei premi l’anno prossimo e che anzi, le casse sarebbero pronte anche per una seconda ondata di contagi. Purtroppo, proprio il tema delle riserve negli scorsi anni è stato all’origine di numerose polemiche – in particolare da noi a sud delle Alpi – poiché secondo alcuni troppo alte e, in definitiva, problematiche. Si tratta di polemiche pericolose perché il ruolo delle riserve gioca in realtà a favore dell’assicurato: garantiscono la solvibilità degli assicuratori malattia e, in casi di eventi straordinari come quello che stiamo vivendo, permettono di attutire il colpo e stabilizzare il sistema, senza dover ricorrere (a questo scopo) ad un aumento dei premi. Insomma, l’obbligo delle riserve è istituito nell’interesse degli assicurati.

Inoltre, puntare il dito contro le riserve distoglie l’attenzione dalle reali cause dell’aumento dei costi, e dunque dei premi. L’aumento di questi ultimi con percentuali sostanziali da diversi anni sta mettendo a dura prova il sistema, la rete sociale dei cantoni e le persone con redditi modesti. La crisi del coronavirus ci può insegnare molto sotto questo aspetto: mentre le riserve ci concedono il tempo per trovare contromisure, la sfida è più che mai quella di trovare l’antidoto per aumentare l’efficienza – senza intaccare la qualità delle prestazioni – nell’ambito delle cure del medico di famiglia, degli specialisti, delle cure ospedaliere, o nel settore dei medicamenti in cui rappresentiamo un’isola dai prezzi alti. I temi della digitalizzazione e della trasparenza dei costi vanno promossi e resi interessanti attraverso incentivi, affinché si possano trovare soluzioni sostenibili. Alcune riforme di politica sanitaria rimangono cruciali, quali il finanziamento uniforme delle prestazioni ambulatoriali e stazionarie (oggi le prime, sempre più in voga, contrariamente alle seconde non sono pagate dai cantoni, e dunque la riduzione dei trattamenti ospedalieri porta al paradossale aumento dei premi), la revisione del tariffario medico, o ancora riforme nell’ambito dei prezzi dei farmaci.

La crisi economica provocata dal coronavirus rafforza ancor più l’urgenza di trovare misure per limitare l’aumento dei costi nella sanità, senza intaccarne la qualità. Negli scorsi anni si è parlato spesso delle riserve delle casse malati. Ora e in futuro concentriamoci su riforme valide che andranno ad agire sui costi della salute, e dunque sui premi. A beneficio di tutti.