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Sanità, premiamo (comunque) sull’acceleratore!

È difficile non ritenere prioritario a livello politico un intervento deciso in materia di politica sanitaria: nonostante la (temporanea!) stabilizzazione dei premi appena annunciata per il 2022, i costi in questo settore continuano a crescere ininterrottamente da 20 anni e in futuro tornerà ad essere lo stesso, poiché finora a grandi discussioni, proclami e analisi su un sistema a detta di tutti insostenibile sono seguiti pochi fatti. Vero è che i costi della sanità nel 1990 non ammontavano nemmeno a 27 miliardi, oggi siamo abbondantemente sopra gli 80 (!). La spesa per la sanità rispetto al PIL, si attesta oggi oltre l’11%. 30 anni fa era invece inferiore all’8%. A ciò si aggiunge che nel nostro cantone la spesa sanitaria è particolarmente alta rispetto alla media Svizzera.

Non ci si può assolutamente dire soddisfatti o, peggio, accontentarsi e rimanere con le mani in mano: le possibilità per intervenire con riforme sono molte. Difficilmente una sola proposta potrà rispondere a tutte le sfide legate all’aumento dei costi sanitari. La politica deve affrontare pragmaticamente la situazione approvando riforme significative, tali da permettere di frenare gradualmente l’aumento dei costi. Tra i progetti sul tavolo – alcuni da molto, troppo tempo – vi è quello di finanziare le prestazioni ambulatoriali e quelle stazionarie allo stesso modo, sia con premi degli assicuratori sia con i contributi dei cantoni. Oggi questa suddivisione vale solo per le prestazioni stazionarie, mentre quelle ambulatoriali sono finanziate esclusivamente con i premi che paghiamo alle casse malati. Il paradosso dello spostamento, grazie ai progressi della medicina, di sempre più prestazioni verso l’ambulatoriale – dove costano meno – è che ciò porta a un aumento dei premi. Infatti i premi coprono il 100% delle prestazioni ambulatoriali, a fronte del (solo) 45% per le prestazioni erogate in regime stazionario, che per la maggior parte sono dunque coperte dai cantoni (tramite le imposte). Si tratta di una tendenza che non può essere nell’interesse degli assicurati e che va risolta di concerto con i cantoni.

Un altro tema sul tavolo da tempo è un nuovo tariffario medico. Oggi non più al passo con i tempi, la necessità di riformarlo è incontestata. L’attuale Tarmed non considera infatti tutta una serie di innovazioni ed è limitante nei confronti di prestazioni mediche moderne e innovative. Dopo anni di contrattazioni, i partner tariffali – tra cui figurano una maggioranza sia dei medici che degli assicuratori malattia! – hanno concluso e concordato una proposta che rispondesse all’urgente necessità di adattamento. Nel corso dell’estate, invece di approvarla, il Consiglio federale ha rimandato la proposta al mittente indicando che andava rielaborata la struttura tariffale, pur trattandosi di un progetto frutto di un complesso ed equilibrato accordo tra i partner in campo.

Ma come? Come è possibile questa lentezza e immobilismo di fronte alla galoppante corsa al rialzo che ha caratterizzato i premi per decenni? La politica deve seriamente interrogarsi su come intende portare a casa riforme suscettibili di aver un impatto sui costi, e dunque sui premi, senza lasciarsi illudere dalle notizie giunte nel frattempo – comunque positive – relative all’anno prossimo. Cercare il modello perfetto, soluzioni ineccepibili nei dettagli, non è per nulla indicato in questo momento. È tempo di agire. Nel mentre, l’assurda decisione del Governo imporrà ai medici di fatturare anche in futuro 12 miliardi di franchi ogni anno con un tariffario da loro stessi definito non più appropriato. E noi a pagare fatture più elevate di quello che dovremmo.

 

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Il Coronavirus anticiperà i tempi delle riforme?

Da quasi un anno il coronavirus è sulla bocca di tutti e domina la nostra quotidianità, come pure le pagine dei media. Quale fil rouge si è protratta la discussione sui costi legati alla pandemia, siano essi di natura economica o direttamente legati al sistema sanitario: le ingenti perdite degli ospedali, i costi dei tamponi oppure ancora le cure dei pazienti in cure intense per Covid-19, che si possono aggirare attorno ai 100’000 franchi.

Il ritornello nella discussione è sempre lo stesso: chi coprirà questi costi? La politica e i diversi attori si stanno adoperando per trovare una risposta a questa domanda, la quale si è fatta sempre più pressante con l’aumento dei contagi e le preoccupazioni economiche. Le riserve – tanto dibattute e invise ad alcune cerchie – permetteranno di attutire il colpo sui premi futuri? In che misura Confederazione e cantoni si assumeranno i costi straordinari generati nel sistema sanitario? Non illudiamoci, qualsiasi sia la risposta una cosa è certa: che sia attraverso le imposte o attraverso i premi di cassa malati, alla fine siamo sempre noi cittadini ed assicurati ad essere chiamati alla cassa. Il rischio è quello di un nuovo contraccolpo finanziario per il ceto medio. E senza un intervento urgente e deciso il sistema si spingerà sempre più verso l’insostenibile.

La pandemia non fa che mettere l’accento sull’assoluta necessità di intraprendere riforme. Riforme che dovranno permettere di tenere sotto controllo i costi e porre gli incentivi giusti per mantenere alta la qualità delle cure, evitando al contempo oneri inutili, doppioni e inefficienze che alla fine pesano sulle nostre spalle.

In altre parole, appena rientrata l’emergenza sanitaria, la discussione politica dovrà spostarsi dal tema di chi paga i costi generati – in cui si inserisce tra l’altro anche l’iniziativa del partito socialista che chiede un tetto massimo ai premi delle casse malati (e non ai costi del sistema sanitario!) – alle soluzioni di come limitare questi stessi costi. Il margine per sottrarsi a questo dibattito è ormai esiguo: occorre avere il coraggio di prendere decisioni incisive, come ad esempio sul finanziamento uniforme tra le cure ambulatoriali e stazionarie, attualmente dibattuto nella Berna federale. Urge pure trovare soluzioni concrete per ridurre i prezzi dei medicamenti, un capitolo tuttora costoso e ingiustificato che spinge al rialzo i premi delle casse malati.

Il Covid-19 ci ha mostrato come l’equilibrio e gli interessi nel mondo della sanità siano diversi, spesso contrapposti e molto sensibili ai costi. Ora è tempo di riforme affinché nessuno – né l’industria farmaceutica, né medici, né ospedali – abbia interesse a servirsi liberamente alla tavola imbandita. Perché questa viene apparecchiata con i nostri premi, la cui crescita va urgentemente interrotta.

 

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Sfide più urgenti post Coronavirus

Negli ultimi mesi l’attualità politica, sociale, economica, culturale e sportiva è stata dominata dalla crisi legata al coronavirus. Appena allentata un po’ la morsa dei contagi, la discussione si è spostata sulla sensibile questione dei costi. Chi paga i tamponi? Chi paga i testi sierologici? Quanto ci costeranno, soprattutto in termini di premi, questi mesi difficili che stiamo vivendo? Una domanda non indifferente, quest’ultima, poiché oltre alla crisi sanitaria il virus ha indotto una crisi economica senza pari, i cui sintomi sono tutt’altro che un raffreddore. Un nuovo e forte aumento dei premi alla fine dell’anno rischierebbe infatti di incidere ancor più sui bilanci di molte economie domestiche, già sotto pressione nella situazione attuale.

A questo riguardo è positivo il fatto che gli assicuratori malattia siano tenuti per legge ad accantonare delle riserve, costituite su diversi anni attraverso un prelievo leggermente maggiore dei premi. Attualmente la somma di queste riserve ammonta a circa 8 miliardi di franchi e corrisponde più o meno a tre mesi di prestazioni sanitarie nell’ambito della LAMal, che in Svizzera superano in un anno i 30 miliardi di franchi (!). Sono pertanto contestualizzabili – e credibili – le affermazioni provenienti dagli assicuratori che promettono che il flagello del coronavirus non sarà alla base di un aumento dei premi l’anno prossimo e che anzi, le casse sarebbero pronte anche per una seconda ondata di contagi. Purtroppo, proprio il tema delle riserve negli scorsi anni è stato all’origine di numerose polemiche – in particolare da noi a sud delle Alpi – poiché secondo alcuni troppo alte e, in definitiva, problematiche. Si tratta di polemiche pericolose perché il ruolo delle riserve gioca in realtà a favore dell’assicurato: garantiscono la solvibilità degli assicuratori malattia e, in casi di eventi straordinari come quello che stiamo vivendo, permettono di attutire il colpo e stabilizzare il sistema, senza dover ricorrere (a questo scopo) ad un aumento dei premi. Insomma, l’obbligo delle riserve è istituito nell’interesse degli assicurati.

Inoltre, puntare il dito contro le riserve distoglie l’attenzione dalle reali cause dell’aumento dei costi, e dunque dei premi. L’aumento di questi ultimi con percentuali sostanziali da diversi anni sta mettendo a dura prova il sistema, la rete sociale dei cantoni e le persone con redditi modesti. La crisi del coronavirus ci può insegnare molto sotto questo aspetto: mentre le riserve ci concedono il tempo per trovare contromisure, la sfida è più che mai quella di trovare l’antidoto per aumentare l’efficienza – senza intaccare la qualità delle prestazioni – nell’ambito delle cure del medico di famiglia, degli specialisti, delle cure ospedaliere, o nel settore dei medicamenti in cui rappresentiamo un’isola dai prezzi alti. I temi della digitalizzazione e della trasparenza dei costi vanno promossi e resi interessanti attraverso incentivi, affinché si possano trovare soluzioni sostenibili. Alcune riforme di politica sanitaria rimangono cruciali, quali il finanziamento uniforme delle prestazioni ambulatoriali e stazionarie (oggi le prime, sempre più in voga, contrariamente alle seconde non sono pagate dai cantoni, e dunque la riduzione dei trattamenti ospedalieri porta al paradossale aumento dei premi), la revisione del tariffario medico, o ancora riforme nell’ambito dei prezzi dei farmaci.

La crisi economica provocata dal coronavirus rafforza ancor più l’urgenza di trovare misure per limitare l’aumento dei costi nella sanità, senza intaccarne la qualità. Negli scorsi anni si è parlato spesso delle riserve delle casse malati. Ora e in futuro concentriamoci su riforme valide che andranno ad agire sui costi della salute, e dunque sui premi. A beneficio di tutti.

 

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Le cure integrate: finalmente in Ticino!

Verso la fine dello scorso anno ha suscitato un certo interesse mediatico – e non poteva mancare anche un po’ di polemica – la creazione di una rete di cure integrate di medici ticinesi. Si tratta della prima rete di medici in Ticino che, sulla base di un particolare modello assicurativo, offre sconti maggiori agli assicurati, molti dei quali tra il 2019 e il 2020 hanno visto ridursi (!) il premio.

Ciò che alle nostre latitudini risulta essere una novità, è conosciuto da tempo nel resto della Svizzera. Nel 2018 erano assicurati ad un modello simile oltre il 30% dei bernesi e degli zurighesi, il 40% dei grigionesi e oltre il 41% dei cittadini di Neuchâtel. Dunque, anche in Romandia il modello ha riscosso ampio successo, mentre a livello svizzero 1/3 degli assicurati è ormai associato a modelli che propongono cure integrate.

I medici promotori dell’iniziativa in Ticino – quasi un centinaio – non si sono quindi spinti in territori inesplorati. La logica dei modelli di cure integrate, oltre ad aver dimostrato di essere in grado di ridurre i costi (ergo direttamente i premi), si basa su una maggior coordinazione delle cure dei pazienti, tra le altre cose grazie a processi unificati in grado di eliminare i doppioni e – studi accademici alla mano – aumentare la qualità e la sicurezza delle cure. Contrariamente a quello che conosciamo oggi in Ticino come “modello del medico di famiglia”, il nuovo approccio non considera il medico solo una porta di entrata per cure, specialisti e analisi, bensì un vero e proprio regista dei trattamenti, con una presa a carico più vicina e dunque una miglior coordinazione tra i molteplici attori del sistema. Questo ruolo è molto significativo in caso di pazienti con diverse patologie, i quali vengono statisticamente ospedalizzati meno se la presa a carico avviene nell’ambito di un modello di cure integrate. Non da ultimo, attraverso questo modello viene rafforzato il ruolo del medico di famiglia, attore centrale del nostro sistema sanitario.

L’iniziativa dei medici ticinesi è positiva, sia per i pazienti stessi che per il loro borsellino. Certo, non permetterà di risolvere i grossi problemi del sistema sanitario, di cui ci lamentiamo da anni e per cui facciamo troppo poco. Si tratta però di un passo nella giusta direzione, in grado di contenere la crescita delle spese e ridurre una parte dei doppioni di cui il sistema soffre. L’Organizzazione mondiale della sanità considera che attualmente il 30% dei trattamenti erogati non sarebbero necessari, mentre in alcuni casi sono invece addirittura dannosi. In Svizzera ciò non è diverso. È questa parte di prestazioni in eccesso che dovrebbe attirare l’attenzione della politica, alla ricerca di soluzioni puntuali. Ormai sopra i 10’000 franchi pro capite all’anno, la spesa sanitaria non può tuttavia essere contenuta con una sola misura, come alcuni vorrebbero far credere attraverso ricette miracolose. La soluzione non può che essere una combinazione di diversi strumenti, tali da porre gli incentivi affinché nessun attore del sistema venga indotto ad aumentare la sua fetta di benefici pagata… da tutta la collettività.

La rete di medici costituitasi anche in Ticino è una buona notizia sotto questo aspetto. Ma da sola non basta. Oggi vi sono ancora diversi attori che sono spinti a servirsi ad una tavola imbandita che viene finanziata attraverso i premi dell’assicurazione malattia obbligatoria. Occorre agire anche su altri fattori costosi. Come ad esempio i medicamenti, che oggi assorbono una parte rilevante dei costi della sanità, e quindi, dei nostri premi.

 

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I costi della salute crescono a dosi tutt’altro che omeopatiche

Negli ultimi 20 anni i costi della salute per noi assicurati sono più che raddoppiati: se nel 1996 il premio medio mensile in Svizzera era di 128 franchi, nel 2017 questo superava i 300 franchi. Da quanto si è letto e sentito di recente, per l’anno prossimo la pillola potrebbe essere un po’ meno amara del solito, ma a medio termine il problema dell’aumento dei costi resta.

Se scorporiamo la spesa complessiva notiamo che le principali quattro voci di spesa riguardano i medici (quasi un quarto), i soggiorni in ospedale (20%), le prestazioni ambulatoriali negli ospedali (14%) e i medicamenti, che concorrono con il 21,2% al totale dei costi della sanità. Questa percentuale non è di poco conto: più di un quinto dei nostri premi se ne va per i farmaci. Come per le altre voci, è giusto chiedersi se non vi siano possibilità di contenere questo importo, e la risposta è sì. Lo è perché attualmente gli incentivi sono posti in modo tale che praticamente nessun attore del sistema ha l’interesse a ridurre le prestazioni.

Un esempio riguarda i margini di guadagno delle farmacie. Oggi, maggiore è il prezzo del medicamento, maggiore è il margine di chi lo vende. È comprensibile che una farmacia tenda a vendere un farmaco con un prezzo superiore, anche in presenza di uno stesso più conveniente. Giusto per chiarirci: il problema non è il o la farmacista, il problema è l’incentivo che spinge a non comportarsi in modo efficiente. Si tratterebbe in questo caso di modificare il sistema in modo tale da premiare finanziariamente chi propone al cliente – a parità di principio attivo – il medicamento con un costo inferiore.

Ma, più in generale, non si capisce come mai i medicamenti generici – fonte di grandi speranze per il contenimento delle spese e dei premi – in Svizzera costino mediamente il doppio rispetto ai paesi a noi vicini. Già di per sé problematico, l’inadeguatezza del sistema si palesa nel fatto che sul mercato siano a disposizione medicamenti contenenti lo stesso principio attivo ma con prezzi tutt’altro che simili. Ma le assicurazioni malattia sono per legge costrette a pagare – e a rifatturarci sotto forma di premi – anche i medicamenti più costosi malgrado la disponibilità di farmaci identici a prezzi (spesso di gran lunga) inferiori.

Di queste inefficienze pare essersi accorto anche il Consiglio federale, il quale propone di introdurre dei prezzi massimi di riferimento per i medicamenti il cui brevetto è scaduto. Questo porterebbe a fissare dei prezzi massimi, oltre i quali gli assicuratori malattia non rimborsano l’importo del medicamento.

C’è ancora una misura, forse più delicata alle nostre latitudini, che mi sembra interessante citare. Il paziente attento al risparmio che va a comprare i medicamenti oltre confine, oggi ci perde. Le assicurazioni di base, infatti, non possono (per legge!) rimborsare i medicamenti acquistati all’estero, malgrado questi costino spesso molto meno. E ciò a chiaro beneficio dell’industria farmaceutica.

Aprendo la possibilità ai pazienti di essere rimborsati anche per i medicamenti acquistati oltre confine, come proposto da Mister Prezzi, si indurrebbe un doppio vantaggio per il portafoglio del cittadino: da una parte si ridurrebbe direttamente l’importo di partecipazione ai costi per il paziente (spesso del 10%), mentre sul lungo termine è lecito attendersi che i prezzi dei farmaci applicati in Svizzera si allineerebbero a quelli dei Paesi confinanti. L’idea non è infatti quella di promuovere il turismo degli acquisti, ma piuttosto quella di fare un po’ di pressione sui prezzi dei farmaci in Svizzera che non sono giustificabili.

Insomma, le possibilità non mancano. Invece di grandi proclami elettorali è necessario intervenire concretamente. Altrimenti a perderci saremo tutti noi.

 

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Il buco nero non esiste: nemmeno nella sanità

Chi fa regolarmente il bucato lo sa bene: manca sempre un calzino e non si capisce dove sia finito, quasi ci fosse un buco nero che inghiottisce i panni. La stessa percezione la si potrebbe avere con i costi della sanità, che sembrano inghiottire i budget pubblici e privati. In crescita costante da decenni, i premi delle assicurazioni malattia pesano sulle spalle degli assicurati, che troppo raramente si chiedono quali siano i veri motivi dell’aumento dei costi. Come ovviamente non è il caso per la lavatrice, nemmeno il sistema sanitario ha un “buco nero” e tutti i premi versati vanno a coprire i costi delle prestazioni mediche.

Tra queste, un fattore di costo importante è costituito dai farmaci. I costi per i medicinali ammontano in Svizzera a circa sette miliardi di franchi all’anno; come per le altre voci, la tendenza è in crescita. I prezzi dei medicinali in Svizzera sono inoltre nettamente più elevati che all’estero. L’ambizione politica di contenere l’aumento dei costi della sanità passa dunque anche dalle misure in questo ambito. A tal fine vi sono almeno quattro approcci possibili, alcuni dei quali già lanciati a livello federale.

Primo, nella consultazione conclusasi a metà dicembre, il Consiglio federale ha proposto, nell’ambito di un pacchetto di misure volte a contenere i costi del sistema sanitario, un sistema di “prezzi massimi di riferimento” per i medicamenti a brevetto scaduto. Solo questo importo sarebbe poi riconosciuto dall’assicurazione malattia. Ciò porrebbe le case farmaceutiche un po’ sotto pressione al momento di fissare i prezzi. Secondo, è in discussione a Berna un’iniziativa parlamentare per la quale il diritto di ricorso contro il prezzo dei medicamenti fissato dall’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) debba essere esteso anche alle associazioni dei consumatori e dei pazienti e alle assicurazioni malattia. Questo diritto oggi è, assurdamente, concesso solo alle ditte farmaceutiche, ciò che inevitabilmente spinge i prezzi verso l’alto. Terzo, è necessario da parte dell’UFSP un riesame dei prezzi annuale e non solo ogni tre anni come è il caso attualmente. E non da ultimo, quale quarto punto, è necessario che le assicurazioni malattia abbiano il diritto – oggi non concesso dalla legge – di rimborsare anche i medicinali acquistati all’estero. Ciò non per favorire il turismo degli acquisti oltre frontiera, bensì per aumentare la pressione sugli attori che fissano i prezzi dei medicinali in Svizzera, che oggi possono risultare davvero assurdi se confrontati ai prezzi nel resto dell’Europa.

L’esempio dei medicinali è emblematico e mostra la sola via che la politica può seguire per contenere le spese della sanità: da una parte occorre concentrarsi sulle cause dell’aumento dei costi e non perdersi in futili dibattiti ideologici; dall’altra è evidente che non c’è un’unica soluzione per risolvere una volta per tutte il problema dell’aumento dei costi. Questo passa invece da una serie di misure che vanno affrontate una alla volta: solo così sarà possibile mettere una pezza al buco nero che, analogamente all’esempio dei calzini, in verità non esiste.

 

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I deflussi minimi e la svolta ambientalista del PLR

Nelle cronache parlamentari concernenti la decisione di aumentare i deflussi minimi degli impianti idroelettrici nei fiumi ticinesi – decisione su cui la maggioranza del Gruppo PLR si è astenuta -, è stato ampiamente ripreso un intervento del PS del seguente tenore: “Mentre la presidente del PLR nazionale Petra Gössi annuncia la svolta ambientalista del partito, il PLR cantonale prende la decisione meno ambientalista degli ultimi anni”. Nessuno mette in dubbio che un aumento dei deflussi minimi possa portare benefici agli ecosistemi dei nostri fiumi, che negli ultimi anni stanno subendo sempre di più gli effetti dei cambiamenti climatici. Analizzare e, se del caso, rivedere puntualmente le attuali dotazioni sono provvedimenti legittimi a tutela dei nostri corsi d’acqua. Ci mancherebbe! L’entità di questi deflussi è però ingente: non mancano gli studi che dimostrano come quantitavi minori permettano di raggiungere i medesimi benefici rispettando la Legge federale. Occorre quindi un approccio più pragmatico e responsabile, con un aumento graduale dei deflussi accompagnato da puntuali verifiche.

Invece qui senza pensarci troppo andiamo a privarci a più del 4% della nostra produzione di energia elettrica, rinnovabile oltre che autoctona, la quale garantisce importanti posti di lavoro nelle nostre valli. Un settore, quello idroelettrico ticinese, che quando discuteremo i conti di AET porterà tutti a sciacquarsi la bocca sostenendo di volerlo rafforzare e valorizzare. Dov’è la coerenza?

Tra le criticità di questa decisione poco approfondita, vi è ad esempio quella palese che non sarà facile compensare questa quota di energia rinnovabile (specie in inverno), corrispondente alla produzione della nuova centrale del Ritom dal costo di 250 milioni. La rinuncia a oltre il 4% di energia nostrana, generata da una fonte rinnovabile che non produce CO2 (il vero problema, anche per l’acqua dei fiumi), comporta la necessità di acuistarla sul mercato elettrico per ottenere lo stesso quantitativo. Tuttavia proverrà da fonti non rinnovabili, e a causa di questa scelta non potremo abbandonare fonti inquinanti così come pianificato per contrastare i cambiamenti climatici. È bene ricordare che per produrre la stessa energia con una centrale a carbone di nuova generazione (!) si producono 120’000 t di CO2 all’anno, vale a dire l’inquinamento di 90’000 auto in un anno.

La posizione del PLR non è dunque contraria all’aumento dei deflussi minimi, ma proprio coerentemente con la nuova strategia ambientale del PLR svizzero, in cui questa decisione si inserisce, ritiene che le misure a tutela dell’ambiente debbano essere ragionate e sostenibili.

 

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I costi della sanità e il vero modello del medico di famiglia

Passata l’estate ci risiamo: sicuri come “l’amen” in chiesa sono stati comunicati anche gli aumenti dei premi dell’assicurazione malattia, specchio dei crescenti costi della sanità. Sempre più assicurati, anche in Ticino, di fronte a questa voce crescente del proprio budget di economia domestica provano ad “ottimizzare” il costo attraverso un ventaglio variato di franchigie ma soprattutto di modelli di assicurazione alternativi.

Accanto a quello standard, si conoscono soprattutto i modelli che propongono all’assicurato di autolimitare (un po’) la propria libertà in cambio di sconti sui premi. In questo modo chi sceglie di recarsi prima dal proprio medico di famiglia o chi ricorre dapprima ad un servizio di consulenza telefonico beneficia di un premio ridotto rispetto a chi si reca direttamente, per esempio, dallo specialista o al pronto soccorso.

Che sempre più cittadini “ottimizzino” in questo modo la propria assicurazione è suffragato dalle cifre: in Ticino solo 1 assicurato su 3 sceglie il “modello standard”, mentre 2 assicurati su 3 optano per modelli alternativi. Tra questi, quello più gettonato alle nostre latitudini è il modello del medico di famiglia “tradizionale”, mentre in Svizzera interna agli assicurati piace il modello “vero e proprio” del medico di famiglia. Qual è la differenza?

Il modello del medico di famiglia “tradizionale” impone all’assicurato l’obbligo di recarsi prima dal proprio medico, il quale deciderà insieme al paziente se e quali altri trattamenti svolgere. Una volta rinviato ad un collega specialista, ecco che si aprono praterie di possibilità per medici che, senza alcun coordinamento, rischiano di rimpallarsi il paziente a suon di doppioni o inutili esami, i quali rischiano a volte di contribuire di più al portafoglio di chi ci cura piuttosto che alla nostra salute.

Il modello “vero e proprio” del medico di famiglia prevede anch’esso che il paziente si rechi prima di tutto dal proprio medico, che però fa parte di una rete. Egli deciderà se e quali altri controlli sono necessari e rinvierà eventualmente il paziente ai colleghi per ulteriori approfondimenti. Tuttavia il medico di famiglia manterrà lungo tutto l’arco del processo di diagnosi e di terapia un ruolo coordinatore e di conseguenza anche una certa responsabilità sulle spese. Evitando doppioni e trattamenti inutili i costi diminuiscono, ciò che si riflette positivamente anche sui premi.

Il vantaggio del secondo modello è evidente: il ruolo del medico di famiglia viene rafforzato, si evitano doppioni e anche errori medici, grazie all’alto grado di coordinamento. A guadagnarci sono tutti, soprattutto il paziente che oltretutto beneficia di sconti maggiori sui premi.

Il problema però è che in Ticino questo modello viene offerto in modo estremamente limitato. Solo il 2,6% degli assicurati ticinesi ne beneficia, contro il 40% nei Grigioni, 41% a Neuchâtel, o il 32% a Berna! Contrariamente a quanto succede nel resto della Svizzera, i medici ticinesi sembrano apparentemente restii a mettersi in rete e proporre un tale modello, rispettivamente a proporre una possibilità all’assicurato ticinese di aumentare la coordinazione dei trattamenti e ridurre così l’onere sempre più pesante dei costi della sanità.

Mediamente in Ticino i premi dell’assicurazione malattie sono di circa il 10% superiori alla Svizzera interna. La palla per una sistema sanitario più efficiente è dunque anche nel campo dei nostri medici.

 

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Il protezionismo alimentare nuoce ai consumatori

Che si tratti di uova biologiche dell’agricoltore locale o di una bistecca di manzo proveniente dall’Irlanda, i consumatori svizzeri sono in grado di decidere autonomamente cosa acquistare, direttamente dall’azienda agricola o nei negozi.

Nessuno ha bisogno di un diktat alimentare. Le diverse etichette dei prodotti danno già un orientamento e garantiscono una libertà di scelta consapevole.

Con le iniziative sull’agricoltura su cui siamo chiamati ad esprimerci nella votazione del 23 settembre prossimo rischiamo di favorire il turismo degli acquisti, un fenomeno che in Ticino non necessita certo di incentivi.

Infatti, a lungo termine, i Verdi vogliono imporre il loro elevato standard ecologico vietando tutto tutto quanto non sia conforme. Le conseguenze sarebbero disastrose: il turismo degli acquisti e il commercio online su siti esteri aumenterebbero in modo massiccio, poiché i prezzi svizzeri sarebbero troppo elevati e la scelta verrebbe ridotta eccessivamente. Le nostre regioni di confine si ritroverebbero quindi ad affrontare ulteriori problemi, considerato che già oggi paghiamo gli alimenti in media il 70% in più rispetto all’UE. E chissà quanto costerebbe coltivare in modo sostenibile in Svizzera banane, mango e papaya!

Anche solo per questi semplici motivi occorre dire NO al protezionismo alimentare e alle iniziative sull’agricoltura.

 

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Troppa demagogia sul bambino malato

La scorsa settimana ha suscitato grande scalpore la triste storia del ragazzo di 12 anni per il cui caso l’assicuratore non ha in un primo tempo ritenute soddisfatte le condizioni per coprire i costi di un medicamento antitumorale non omologato dalle autorità preposte. Senza entrare in merito al caso specifico – doloroso e drammatico per una famiglia a cui va riconosciuto il diritto di ricevere le cure più opportune – è però stata notevole l’ondata di indignazione da parte di chi non perde l’occasione, strumentalizzando il dolore di una famiglia in vista di elezioni che si avvicinano, per riesumare i triti e ritriti pladoyercontro le assicurazioni malattia e il sistema sanitario nel suo complesso. Tra le diverse voci si è alzata dalle colonne di questo quotidiano anche quella del vicepresidente del PS ticinese, che parla di lobbisti a palazzo e di profitti che spingerebbero le casse malati ad abbandonare i pazienti al loro destino.

Nel suo intento di spiegare “i veri interessi delle casse malati” Fabrizio Sirica denuncia il sistema sostenendo che gli assicuratori malattia siano spinti dai profitti e abbiano l’incentivo a non pagare prestazioni che spetterebbero agli assicurati. Difficile capire questo argomento, dal momento che per quanto riguarda l’assicurazione di base il sistema fonda i suoi principi sul divieto di distribuire utili. Eventuali eccedenze infatti rimangono nel sistema e restano a beneficio del collettivo di assicurati per l’anno successivo. Chi mette in dubbio questo assetto ignora il fatto che le assicurazioni malattia siano l’attore più controllato del nostro sistema sanitario e al centro delle maggiori attenzioni da parte del legislatore.

Il PS ripropone in solita veste anche l’argomento dei manager strapagati da parte delle assicurazioni. Sarebbero milioni e milioni i soldi sottratti agli assicurati attraverso premi spropositati. Purtroppo – altrimenti le soluzioni ai costi crescenti sarebbero molto facili – solo un 5% (percentuale in diminuzione dal 1996 a questa parte!) di quanto versiamo per i premi va a finanziare la gestione amministrativa delle assicurazioni malattia – compresi i salari dei manager – mentre tutto il resto è riversato 1 a 1 a medici, farmacie e ospedali per le prestazioni fornite a noi pazienti. Gli assicurati presso le principali assicurazioni malattia in Svizzera pagano attraverso il loro premio meno di 1 franco all’anno (ossia un paio di centesimi al mese) per i salari dei manager. È dunque lecito chiedersi con quali argomenti si possa affermare che i compensi dei direttori di questi istituti siano all’origine dei problemi attuali nel sistema sanitario.

E poi vi è la storia dei lobbisti delle casse malati, quelli che inciterebbero il Parlamento svizzero a spingere, nel loro interesse, i premi al rialzo. Alla sinistra piace denunciare il fatto che gli interessi degli assicuratori siano presenti in Parlamento, mentre sottace che siano ancor più rappresentati (!) quelli dei medici e delle industrie farmaceutiche. Contrariamente a quanto esposto sopra, né medici né industrie farmaceutiche hanno però il divieto di generare utili e così il 95% dei nostri premi finisce dritto dritto nelle loro tasche/casse. Chi ha l’occasione di seguire da vicino la politica sanitaria, soprattutto in quel di Berna, si accorgerà che i primi (e spesso i soli!) ad avere un interesse a contenere i costi del sistema sanitario (e dunque dei premi) sono proprio le assicurazioni malattia. Una crescita galoppante come negli ultimi decenni riduce infatti il loro margine di manovra per quanto riguarda le assicurazioni complementari oltre a metterle, loro malgrado, politicamente sotto pressione.

Se vogliamo evitare che prima o poi si giunga davvero ad una sanità a due velocità, allora dobbiamo smetterla di argomentare in modo pretestuoso aizzando le folle contro problemi che non sono tali. Il vero grattacapo è che – malgrado si riconosca che fino al 30% dei trattamenti siano inutili se non dannosi – le prestazioni e il consumo in ambito sanitario crescono. È su questo fatto che dobbiamo porre l’attenzione. Tutto il resto è propaganda che presto o tardi non riusciremo più a permetterci.