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«Tedesco: cercansi insegnanti» — Dibattito a Modem

Die, der oder das…? Su la mano chi non è si è mai dovuto confrontare con questo angosciante rompicapo. Eh sì, il tedesco è una lingua ostica e al sud delle Alpi nei prossimi anni rischia di diventarlo ancor di più, visto che mancano docenti formati e che questa carenza, a detta delle stesse autorità scolastiche, potrebbe portare ad un calo della qualità dell’insegnamento. Il problema non è nuovo ma sta attraversando una delle sue stagioni più complesse. Le cifre parlano chiaro: per i prossimi anni ci sarà bisogno di circa 50 nuovi insegnanti di tedesco, ripartiti tra le scuole medie e le scuole superiori.

Iniziata ormai da tempo, una specifica campagna di reclutamento non ha finora dato i risultati sperati e ora si cerca di correre ai ripari proponendo una specifica formazione a docenti che oggi insegnano alle scuole elementari. Il futuro prossimo appare dunque a tinte fosche per questo ambito formativo fondamentale, il tedesco è la lingua maggioritaria nel nostro Paese e ad essa è legata a filo doppio la possibilità di trovare buoni posti di lavoro, al di qua e al di là delle Alpi.

Cosa si sta facendo e si pensa di fare nel prossimo futuro per risolvere questo problema? Come mai il ragazzo o la ragazza ticinese fatica ad appassionarsi per questa lingua, insegnata a partire dalla seconda media? E perché è difficile se non impossibile convincere docenti svizzero tedeschi formati ad accettare un posto di lavoro in una delle sedi scolastiche ticinesi?

Queste alcune delle domande che poniamo ai nostri ospiti:

Manuele Bertoli, responsabile del Dipartimento Educazione, cultura e sport;

Fabio Käppeli, gran consigliere PLR, primo co-firmatario di un’iniziativa; parlamentare che chiede di anticipare l’insegnamento del tedesco già alle scuole elementari;

Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI;

Marisa Rossi, docente di tedesco al Liceo Lugano 2

Testo tratto da Rsi.ch.

 

Ascolta la trasmissione.

 

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Atti parlamentari

Orari di apertura prolungati per studiare nelle Biblioteche cantonali – Mozione

  1. PREMESSA

La Carta delle biblioteche svizzere (2010) sostiene che “nella società dell’informazione le biblioteche svolgono un ruolo di primaria importanza, al fine di rendere accessibili alle differenti fasce di utenti le informazioni in tutte le loro forme di pubblicazione; provvedere, mediante la loro messa in rete, all’approvvigionamento bibliotecario di base dell’intera popolazione; mettere a disposizione in modo capillare le risorse elettroniche di informazione; contribuire a superare il ritardo nella fruizione del digitale; conservare nel tempo il sapere e il patrimonio culturale”.

Nelle strutture cantonali, oltre agli utenti che usufruiscono del servizio di prestiti offerto dal Sistema Bibliotecario Ticinese, spesso e volentieri vi si recano studenti liceali, della Scuola Cantonale di Commercio e una folta schiera di universitari ticinesi che frequentano gli atenei d’Oltralpe che si ritrovano per portarsi avanti con ricerche, tesi di vario tipo, per preparare gli esami o semplicemente ripassare. A mente dei firmatari le biblioteche sono da considerare come delle vere e proprie “case della cultura e dello studio”, per cui il nostro Cantone non fa eccezione.

 

  1. ISTORIATO

Con mozione del 12 marzo 2012 il deputato Paolo Pagnamenta e cofirmatari chiedevano al Consiglio di Stato di intraprendere delle misure concrete al fine di rendere gli orari d’apertura delle biblioteche cantonali più flessibili. Già sette anni fa si metteva in risalto come “gli orari di apertura delle biblioteche cantonali di Bellinzona, Locarno, Lugano e Mendrisio non soddisfano sufficientemente le esigenze degli utenti, in particolare degli studenti, per i quali questi istituti non rappresentano soltanto un luogo di consultazione e prestito di libri, ma anche un ritrovo dedicato allo studio ed alla riflessione”.[1]

Nella risposta del Consiglio di Stato, lo stesso Governo affermava che gli orari di apertura delle quattro biblioteche cantonali sono disomogenei e andranno armonizzati.[2]A distanza di sette anni abbiamo notato un’armonizzazione sull’arco dell’anno scolastico, ma soprattutto un incredibile miglioramento a Mendrisio grazie all’apertura de La Filanda, che ha aumentato la fruibilità di questa Biblioteca cantonale di ben 49 ore.

Nella tabella seguente vengono presi in considerazione gli orari d’apertura attuali delle quattro biblioteche cantonali.

 

Lunedì Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato Domenica
Bellinzona (58 ore) 9-21 8.30-19 8.30-19 8.30-19 8.30-19 9-13 chiuso + 14 ore
Locarno (44 ore) chiuso 9-19 9-19 9-19 9-19 9-13 chiuso + 12 ore
Lugano (50.5 ore) 13-18.30 9-18.30 9-18.30 9-18.30 9-18.30 9-16 chiuso =
Mendrisio (84 ore) 9-21 9-21 9-21 9-21 9-21 9-21 9-21 + 49 ore

Riteniamo però che per quanto riguarda il fine settimana, giorni in cui la maggior parte di studenti universitari rientra in Ticino, si possa e si debba fare di più, nell’interesse dei giovani stessi ma anche – non meno importante – per permettere loro di rientrare in Ticino. Ciò contribuirebbe infatti a mantenere un legame forte con il proprio Cantone in vista di un futuro rientro, con lo scopo di ridurre la fuga dei cerveli che non tornano più del tutto.

 

  1. LIBERO ACCESSO NEL FINE SETTIMANA

La situazione di Mendrisio mostra una chiara volontà di andare incontro alle esigenze della popolazione, permettendo a studenti e utenti del sistema bibliotecario ticinese di accedere anche la domenica, e pure con una fascia di apertura adeguata. Sarebbe chiaramente auspicabile che simili condizioni vengano estese a tutto il Cantone.

Già nel 2012 per quanto riguarda il libero accesso alla domenica, l’esecutivo cantonale affermava che “è impensabile aprire una biblioteca senza la presenza di personale formato, capace di consigliare l’utenza, conoscitore di quanto la biblioteca può offrire, come è impensabile aprire una biblioteca escludendo il prestito”.[3]

In Svizzera interna oltre ad essere stato pensato già diversi decenni fa ciò non crea il minimo problema, e l’accesso domenicale è permesso con regole differenti: ad esempio lasciando accedere alle sale della biblioteca solo chi è in possesso della carta studenti (nel caso di alcuni atenei) senza fornire alcun servizio di prestito o informazioni specialistiche, assistenza alla ricerca o supporto in caso di problemi con le attrezzature (questo anche per quanto riguarda biblioteche non universitarie).

Ancora recentemente in un’intervista apparsa sul Corriere del Ticino di sabato 13 luglio 2019, il direttore delle Biblioteche cantonali Stefano Vassere evidenziava come la mancanza di personale incida pesantemente sulla disponibilità degli orari di apertura. Tuttavia, se il concetto di biblioteca fosse ampliato a “casa della cultura e dello studio” ci accorgeremmo che la maggior disponibilità di spazi delle biblioteche potrebbe esulare dalla presenza di personale altamente qualificato, soddisfando le esigenze di entrambe le parti coinvolte, studenti e impiegati, e contenendo pure notevolmente i costi.

 

  1. ORARI D’APERTURA DURANTE LE VACANZE SCOLASTICHE

Nel medesimo articolo venivano inoltre segnalate delle chiusure, anche prolungate, definite piuttosto frustranti per chi necessita di accedervi per fare ricerca, preparare dei lavori accademici oppure per semplice interesse personale.

La situazione della Biblioteca cantonale di Bellinzona necessita anche particolare attenzione; come riportato dal Corriere del Ticino “la biblioteca cade vittima di orari a volte scomodi e chiusure frustranti che contrastano questo principio [il libero accesso] fondante. Da sempre gli orari dipendono dal personale, che costituisce una lotta infinita, e questo in parte è la causa delle ore di lavoro particolari. Il prestito e l’apertura della sala consultazione e della piazza non coincidono; il primo apre alle 10 fino alle 19 dal martedì al venerdì e soltanto alle 17 il lunedì, che corrisponde anche con l’apertura delle sale al secondo e terzo piano, limitando enormemente gli spazi per lo studio.[4]

Riteniamo quindi che una riflessione in tal senso sia opportuna al fine di permettere una maggiore flessibilità degli orari di apertura e chiusura delle biblioteche cantonali.

 

Fatte queste considerazioni, i sottoscritti firmatari chiedono al Consiglio di Stato di:

  1. Estendere durante tutto l’anno scolastico gli orari di apertura nel fine settimana, con un’apertura ragionevole il sabato e la domenica, sull’esempio di Mendrisio;
  2. Estendere gli orari di apertura degli spazi di studio nelle biblioteche cantonali anche durante la settimana nel periodo di preparazione agli esami universitari (dicembre e gennaio rispettivamente maggio e giugno);
  3. Prevedere degli orari d’apertura più flessibili durante le vacanze scolastiche, in particolare quelle estive;
  4. Elaborare un programma di volontariato con lo scopo di garantire un libero accesso agli spazi di studio delle biblioteche cantonali.

 

[1] Mozione 887.

[2] Messaggio 6701, p. 3.

[3] Messaggio 6701, p. 4.

[4] Corriere del Ticino, 13 luglio 2019, p. 10.

 

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La sfida del “lifelong learning” di fronte alla 4a rivoluzione industriale

L’innovazione tecnologica richiede un aggiornamento delle competenze richieste nel mondo del lavoro al giorno d’oggi e sta trasformando radicalmente l’istruzione. L’elaborazione di un sistema d’educazione adeguato alle esigenze attuali e future richiede non solo dei programmi di studio adeguati al secolo in cui viviamo, affinché le competenze di base quali quelle linguistiche, la risoluzione di problemi complessi, il pensiero critico, la creatività, la collaborazione e l’alfabetizzazione digitale siano o continuino ad essere acquisite, ma soprattutto la costruzione di solide basi per una vita di adattamento in cui continuare a sviluppare nuove capacità.

Queste competenze sono sviluppate idealmente fin dall’inizio del percorso educativo e in tutta la scuola dell’obbligo, per essere poi affinate nelle scuole di livello secondario, nelle università e nelle scuole universitarie professionali, così come con l’apprendimento permanente lungo tutto l’arco della vita.

Il cosiddetto “lifelong learning” è un processo individuale che mira all’acquisizione di competenze e che comporta un cambiamento relativamente stabile nel tempo. Inizia ancor prima della scuola e si prolunga fin dopo il pensionamento con lo scopo di migliorare o sostituire un apprendimento non più adeguato rispetto ai nuovi bisogni sociali o lavorativi, in campo professionale o personale. Tornare alla concezione precedente per cui il percorso educativo terminava generalmente in una fase relativamente iniziale della vita non è più immaginabile poiché andrebbe a scapito della produttività dei lavoratori e di tutta l’economia.

Con la digitalizzazione vi è una crescente necessità di apprendimento permanente, a tutte le età, sia all’interno che all’esterno delle scuole. “Lifelong learning” significa quindi una sfida continua per l’individuo in primis, che le istituzioni e gli enti universitari devono continuare ad offrire e, soprattutto, mantenere attuale per consentire alle persone di essere abbastanza flessibili per adattarsi alle mutevoli esigenze del mercato del lavoro.

 

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«No Billag»: illiberale oltre che anti-Svizzera

Perché dovrebbe essere approvata un’iniziativa così folle, che da un giorno all’altro spazza via oltre che il servizio pubblico radiotelevisivo anche quello privato? È difficile da comprendere poichö proprio una gran parte di chi ha fatto di “prima i nostri” il suo slogan vuole ora svendere la nostra indipendenza lasciando il campo libero a grandi gruppi esteri con ben altri interessi. Infatti anche le emittenti private non riuscirebbero a far fronte alla concorrenza che offrirebbe sport e film a pagamento. Le cosiddette “pay tv”, ma semmai un’emittente straniera si interessasse all’attualità del nostro piccolo Paese, chi sarebbe disposto a pagare anche per un Telegiornale o per Il Quotidiano? Inimmaginabile. La RSI e le altre emittenti SSR portano nelle nostre case e valorizzano attraverso un’infinità di servizi tutte le realtà del nostro Paese, anche quelle più piccole e difficilmente raggiungibili. Sono approfondimenti di valore inestimabile per la nostra coesione nazionale.

La SSR è quindi uno di quei pochi elementi che rendono davvero Svizzera la Svizzera; indispensabile per la nostra democrazia e importante anche a livello economico, grazie alla solidarietà in perfetto stile federale. Infatti in una democrazia semi-diretta come la nostra è fondamentale poter disporre di un’informazione oggettiva. La particolarità della radiotelevisione pubblica sta nel fatto che vi sono chiare regolamentazioni che obbligano la RSI e le sue consorelle ad un’informazione corretta ed equilibrata (in particolare prima di votazioni ed elezioni e a differenza degli organi di informazione privati). Ciò non vuol dire che bisogna essere d’accordo e condividere ogni contenuto, anzi. Proprio perché svolge un servizio pubblico ogni cittadino che sia in disaccordo con i contenuti di un programma può rivolgersi all’organo di mediazione radiotelevisivo ed in seguito adire l’autorità di ricorso indipendente.

Da un punto di vista liberale siamo di fronte ad un equivoco di fondo, poiché il 4 marzo non scegliamo fra un monopolio di stato e la concorrenza perfetta, bensì fra un oligopolio mediatico controllato e uno incontrollato. Una visione liberale della società salvaguarda le condizioni quadro della libera formazione delle opinioni politiche e ripone una grande importanza in un’azienda mediatica indipendente. Contrariamente a Google e Facebook la SSR si assume la responsabilità dei contenuti trasmessi sui suoi canali. La sua struttura di associazione di diritto privato senza scopo di lucro crea la base per la fiducia nelle notizie e nel controllo della loro creazione.

La libertà tanto proclamata dagli iniziativisti minaccia in realtà di diventare la libertà degli altri media e dei loro proprietari di influenzare la formazione delle opinioni della popolazione. E ciò è drammatico, poiché le informazioni sono ciò che ci rendono chi siamo: modellano la nostra comprensione della realtà, la nostra visione del mondo, la nostra immagine di noi stessi, il successo della nostra vita e dei nostri rapporti con le altre persone e con la società che ci circonda.

A livello economico vi è invece un altro grande sostegno alle minoranze linguistiche come la nostra e alle relative regioni. Piuttosto che lamentarsi di non essere ascoltati da Berna, i fautori dell’iniziativa dovrebbero rendersi conto che annualmente 220 milioni del canone arrivano nella nostra regione ma sono pagati oltre Gottardo. Mantengono dipendenti in decine di professioni e con loro migliaia di famiglie, pagano fornitori, tasse, etc. Tutto questo indotto è un motore indispensabile per la Svizzera italiana, io non credo che potremmo rinunciarci.

Non esiste un “sì” o un “no” critico alla SSR o alla RSI. La democrazia diretta è fatta per decidere e non per lanciare segnali. Chiaro è che poi i risultati pesano, ma è solo con un NO che i risparmi e i cambiamenti inevitabili e già annunciati potranno realizzarsi. Un’approvazione in Ticino sarebbe invece devastante per i nostri rapporti con il resto del Paese e per quanto ancora in futuro potremo avere e ottenere dalla Confederazione, non certo solo in ambito mediatico.

 

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Una Lokremise a Giubiasco?

L’evoluzione tecnologica, con la robotizzazione e digitalizzazione, e la globalizzazione stanno mutando profondamente il lavoro e l’economia. Secondo gli economisti in futuro i pilastri della crescita economica saranno il turismo, l’intrattenimento, la ricerca scientifica, l’insegnamento, le attività di cura, e l’agroalimentare e la meccatronica (interazione di meccanica, elettronica e informatica).

Le vecchie attività industriali sono in crisi, questo comporta diversi rischi ma anche alcune opportunità. È chiaro che vederle partire dispiacerebbe e la politica deve continuare a impegnarsi per garantire le condizioni quadro affinché ciò non accada. Tuttavia non ci si può limitare a difendere l’acquisito, ma è necessario identificare nuove fonti di reddito. Con l’aggregazione la Città di Bellinzona avrà gli strumenti politici per adattarsi ai cambiamenti in corso e crearsi un proprio spazio all’interno dell’economia globale.

Nel vasto territorio della nuova Città di Bellinzona vi sono diversi spazi ancora liberi o che potrebbero liberarsi. Ad esempio se le Ferriere Cattaneo continuassero il processo di delocalizzazione si libererebbe un terreno pregiato, simile a quello della Lokremise di San Gallo. Un luogo in cui poter inserire spazi adibiti ad attività culturali, congressuali, ma pure legate all’innovazione, alla ricerca e al progresso tecnologico.

Con la giusta ristrutturazione e beneficiando pure di contributi cantonali, come da recenti intenzioni del Gran Consiglio che ha accettato due atti parlamentari di Nicola Pini, si potrebbe insediare un centro congressuale, un polo di ricerca tecnica e un centro per start-up, il tutto in una zona adiacente al trasporto pubblico. Tutti elementi che combaciano con i futuri pilastri economici e che getterebbero le basi per un nuovo sviluppo economico.

Riteniamo lo sviluppo degli insediamenti un tema centrale del quale dovrà occuparsi attivamente l’esecutivo del nuovo Comune. L’investimento sarebbe certamente oneroso, ma in un periodo di tassi negativi sarebbe facilmente finanziabile. Ma soprattutto, sarebbe una priorità per la nostra regione. Il ruolo dell’ente pubblico è infatti quello di sviluppare delle dinamiche di crescita facendo da catalizzatore per lo sviluppo economico privato. Con questo investimento il comparto industriale di Giubiasco – ma lo stesso discorso vale per altre zone – potrebbe essere riconvertito e rivitalizzato, con la possibilità di dare una nuova connotazione, più dinamica e vitale, anche al quartiere residenziale circostante.

A questo scopo sarebbe importante che la nuova Città ottenga un diritto di prelazione su questo e altri sedimi simili, per evitare che terreni di alto valore e di interesse regionale finiscano in altre mani, bloccando importanti opportunità per il futuro sviluppo economico della nuova Bellinzona. Ciò detto, lo sviluppo di spazi destinati all’attività congressuale e l’insediamento di realtà economiche ad alto valore aggiunto e con posti di lavoro qualificati devono rimanere una priorità per il nuovo comune. Indipendentemente quindi dagli spazi che si libereranno o già disponibili, ma in ogni caso preferendo un miglior sfruttamento dei comparti già edificati o edificabili nella zona urbana centrale così da salvaguardare il territorio e il verde pubblico in altre aree.

 

Evaristo Roncelli, Fabio Käppeli

 

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«Una scuola da rafforzare?» — Dibattito a Piazza del Corriere

I riflettori della politica rimangono puntati sulla scuola. Dopo l’iniziativa popolare denominata «Aiutiamo le scuole comunali, per il futuro dei nostri ragazzi», bocciata con il 51,4% di no nel settembre 2014, il prossimo 5 giugno saremo chiamati ad esprimerci in votazione sull’iniziativa «sorella»: «Rafforziamo la scuola media, per il futuro dei nostri giovani». Tre sono le richieste formulate e sottoscritte da 9.949 cittadini:

  1. classi meno affollate e maggiore sostegno agli allievi per raggiungere gli obiettivi formativi al termine della scuola dell’obbligo;
  2. la generalizzazione di mense e doposcuola nelle scuole medie per rispondere ai bisogni delle famiglie in tutto il Cantone;
  3. una migliore organizzazione delle scuole medie, per disporre di una scuola di qualità in grado di garantire un futuro ai nostri giovani.

A raccogliere le firme era stato il sindacato VPOD con il sostegno del PS, mentre le altre forze propongono di respingerla. Il dibattito s’infiamma proprio mentre sulla rampa di lancio è arrivato il progetto ad ampio respiro del DECS denominato «La scuola che verrà».

Le due proposte sono compatibili? Martedì 3 maggio a Piazza del Corriere Gianni Righinetti ospiterà chi difende l’iniziativa, Raoul Ghisletta (VPOD-PS) e Tamara Merlo (Verdi) e chi caldeggia un no, il direttore del DECS Manuele Bertoli e Fabio Käppeli (PLR).

Testo tratto da Cdt.ch

 

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«20 anni di USI» — Dibattito a Modem

Il 21 ottobre 1996 apriva i battenti l’Università della Svizzera italiana. All’epoca le facoltà erano 3: scienze della comunicazione, scienze economiche e accademia di architettura. Erano quasi 300 gli iscritti. 

Oggi l’USI conta 3015 studenti di oltre 100 diverse nazionalità, un corpo accademico di 795 membri e 30 istituti di ricerca. Le facoltà sono 4, alle tre originarie si è aggiunta quella di informatica ed è stata approvata l’istituzione della quinta Facoltà quella di Scienze biomediche. 

La tassa universitaria è di 4’000 franchi a semestre, 2’000 per coloro che hanno il domicilio legale in svizzera al momento del conseguimento della maturità. E’ l’università più cara in svizzera, per gli altri atenei le tasse si aggirano intorno ai 1000-1500 franchi all’anno. Proprio questo è un aspetto criticato dagli studenti. 

Altre critiche, questa volta dalla politica, l’USI le ha ricevute dopo la pubblicazione dello studio IRE sui frontalieri e il mercato del lavoro ticinese. E proprio dalla politica è giunta la decisione, qualche settimana fa, di istituire una commissione di controllo sull’Università.

20 anni di USI tra successi e polemiche. Modem ne parla con 

Piero Martinoli, presidente USI

Fabio Käppeli, relatore della commissione scolastica del Gran Consiglio

Renato Martinoni, professore Letteratura italiana dell’Università di San Gallo

Testo tratto da Rsi.ch.

 

Ascolta la trasmissione.

 

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Approvata la nuova legge per USI e SUPSI

21 anni or sono grazie agli sforzi del compianto Giuseppe Buffi il Gran Consiglio ticinese varava la legge sull’Università, alla quale fece seguito la costituzione della Scuola Universitaria Professionale.

21 anni è anche l’età di chi scrive. Che da quel lontano 1995 almeno un po’ d’acqua sotto i ponti sia passata appare quindi evidente. Sotto il cappello dell’adeguamento al nuovo quadro giuridico federale il Messaggio governativo datato ormai dicembre 2013 propone in realtà numerose e incisive modifiche della Legge USI/SUPSI, che vanno ben al di là di quanto richiesto dal diritto federale. In sostanza, fra revisione di articoli esistenti e aggiunta di nuovi articoli, verrebbero modificati ben 17 articoli di una legge che attualmente ne conta 17. Ciò equivale praticamente a una revisione totale, approvata dal Gran Consiglio nella seduta odierna.

Per di più l’adeguamento al nuovo quadro giuridico federale comportava un adattamento di due soli articoli (pertanto evaso nella scorsa legislatura con un primo rapporto parziale), mentre tutto il resto riguarda i temi più disparati. Tra questi una diversa governance in merito al controllo annuale del contributo di gestione e degli obbiettivi così come della politica universitaria, per cui si è d’accordo che il Governo effettui le sue verifiche annualmente, mentre si ritiene che le competenze del Parlamento debbano rimanere le medesime onde evitare un eccessivo allontanamento dalla realtà universitaria.

Il nocciolo della revisione (che per questo avrebbe probabilmente meritato almeno una menzione nel titolo) riguarda però l’iniziativa popolare “Per un settore universitario ancorato al territorio”, cui viene dato parziale seguito mediante una soluzione di compromesso che prevede in particolare un’estensione dei diritti di partecipazione del corpo accademico e intermedio, del restante personale e degli studenti alla gestione delle due Scuole, l’introduzione del contratto collettivo di lavoro per il personale tecnico e amministrativo, e il principio del concorso pubblico per le assunzioni.

Non ha trovato d’accordo la Commissione, tra le altre questioni, la composizione del consiglio della SUPSI in cui si sarebbe voluto inserire il direttore e i direttori di dipartimento, mescolando quindi il piano strategico con quello operativo. In sede di dialogo con gli iniziativisti si è riusciti, a mio modesto parere, a migliorare questo compromesso per entrambe le parti: invece di inserire in questo consiglio delle figure dirigenziali, si dà la facoltà al corpo accademico di designare due rappresentanti di chi quotidianamente “fa la scuola”.

Di seguito il rapporto approvato dal Gran Consiglio.

 

Scarica (PDF)

 

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Quando verrà la Scuola che varrà?

Il dibattito sulla scuola pubblica nell’ultimo periodo ha fatto scorrere litri di inchiostro, e ne farà scorrere ancora in futuro. Cercherò di essere chiaro e conciso: non sono affatto d’accordo con l’evoluzione prevista per il nostro sistema scolastico, in particolare dal progetto „La scuola che verrà“, presentata lo scorso dicembre dall’onorevole Bertoli. In particolare, la proposta prevede una visione unitaria della scuola dell’obbligo, e di conseguenza l’abolizione dei corsi differenziati, oggi erroneamente chiamati „livelli“. Il sistema attuale non è perfetto, ma andare nella direzione proposta da Bertoli significa negare che gli allievi abbiano differenti velocità di apprendimento, volendo al tempo stesso nascondere tutte le normali differenze presenti in ogni classe.

La conseguenza logica sarebbe un ulteriore abbassamento del livello (questo sì!) di insegnamento, senza fornire agli studenti alcuno stimolo per migliorare.

Una differenziazione curricolare e pedagogica in alcune materie è fondamentale e dovrebbe anzi essere maggiore. Nel secondo biennio di scuola Media ci vorrebbero anche più possibilità per gli allievi di personalizzare il proprio percorso formativo. Ciò incentiverebbe lo studente a impegnarsi maggiormente dal profilo scolastico, creando allo stesso tempo una sano e positivo orientamento in vista delle scuole superiori. Sotto questo aspetto il progetto del DECS, che postula l’eliminazione di ogni forma di media numerica per accedere a qualsiasi scuola post obbligatoria, non farebbe altro che aggravare i problemi con i quali sono attualmente confrontati i Licei Cantonali e la Scuola Cantonale di Commercio: un alto tasso di bocciature in prima e seconda. Infatti, la percentuale di non promossi in prima liceo è balzata dal 19% del 2002 al 29% del 2013. Le conseguenze negative sono evidenti: in primo luogo, i ragazzi bocciati al liceo perdono un intero anno scolastico, rimanendo a carico delle famiglie e, non dimentichiamolo, dello Stato.

L’orientamento scolastico dovrebbe incentivare maggiormente i ragazzi a scegliere gli apprendistati e le scuole professionali, settori dove è presente una forte domanda di lavoro. Attualmente c’è la tendenza, erroneamente diffusa tra i giovani, a credere che l’unica strada per raggiungere una buon posto di lavoro siano gli studi, e quindi in prima battuta il liceo. In realtà non è così: quasi la totalità delle facoltà svizzere sono raggiungibili anche mediante l’apprendistato, la maturità professionale e un eventuale corso passerella. A tal proposito, è interessante far notare che il 90% degli studenti che escono dalla SUPSI trova lavoro entro 6 mesi.

È questa la ricchezza del nostro sistema, il quale non chiude alcun percorso formativo e permette ai giovani di acquisire esperienze professionali (le più richieste nel mondo del lavoro) già in giovane età.
In definitiva spero che durante la prossima legislatura si cambi rotta in modo drastico e deciso. Probabilmente mi illudo, ma auspico che il futuro della scuola ticinese veda un orientamento pragmatico, più possibilità di scelta e una maggiore differenziazione, visto il già forte fattore integrativo. Bisogna agire oggi pensando al domani, perché la scuola merita proposte migliori.

La Scuola che vale non è quella che obbligherà le famiglie ad iscrivere i figli alle scuole private per poter avere una formazione di qualità.

 

Articolo apparso sul Corriere del Ticino. 

 

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«Tradizione che sa di muffa, Bertoli smantellatore» — Intervista

Ogni due settimane il corso confessionale di religione (facoltativo), e ogni due settimane il corso di storia delle religioni e civica. È la proposta Bertoli, che sta mandando su tutte le furie i clericali della Repubblica cantonticinese.

Ogni domenica a messa?

«No grazie, ho smesso.»

Manuele Bertoli propone di suddividere l’attuale ora di religione fra storia delle religioni, civica, e il corso confessionale di religione (facoltativo). Sei d’accordo?

«È un primo passo che permette a due corsi più importanti di entrare nell’orario scolastico. Storia delle religioni e civica sono due discipline che sicuramente non si annullano ma che anzi sono meno lontane di quanto sembra. Infatti entrambe studiano la nostra identità culturale e le nostre tradizioni.»

Nella proposta Bertoli si mantiene sia il corso confessionale facoltativo di religione, sia il corso di storia delle religioni. Non si rischia di creare confusione negli allievi?

«Anzitutto questa confusione vi sarebbe solo negli studenti che frequentano anche il corso confessionale facoltativo, sempre meno allo stato attuale. In secondo luogo ritengo sia compito di questo corso facoltativo fare in modo che questa confusione non si presenti, i margini per essere complementare all’altro vi sono e chi sceglie questa opzione dovrebbe conoscerne le finalità.
Se questo corso confessionale dovesse invece risultare meno seguito poiché diverrebbe un doppione… a quel punto potremmo quasi andare oltre questo compromesso proposto da Bertoli.»

I più tradizionalisti hanno denunciato lo smantellamento delle nostre tradizioni. Una posizione un po’ esagerata?

«Direi proprio di sí. Se la tradizione è un corso confessionale giusto smantellarla perchè sa di muffa. Piuttosto, oggi la gran parte o quasi degli studenti sono esclusi dalla conoscenza delle nostre (vere) tradizioni: la nostra identità culturale verrebbe resa accessibile a tutti con un’apertura verso quelle altrui, ma da un punto di vista storico neutrale. Nessuno impedisce poi alle parrocchie di intensificare i corsi di catechismo, ma fuori dalla scuola pubblica e laica. Stato e Chiesa dovrebbero rimanere separati. Sempre.»

I liberi pensatori invece contestano il fatto che nel corso di storia delle religioni non si dia spazio alla critica al pensiero religioso. L’ateismo deve rientrare nella storia delle religioni?

«Sí, ritengo che un corso di questo tipo dovrebbe soffermarsi anche sul perché sempre più persone scelgono la via dell’ateismo. Tuttavia temo che già per poter approfondire a sufficienza quanto prevede il programma non vi sia abbastanza tempo. Forse servirebbe anche lo spazio dei corsi confessionali per poter fare tutto ciò.»

Ci deve essere la possibilità di chiedere la dispensa anche da storia delle religioni, come ora avviene per l’ora di religione confessionale?

«Assolutamente no. Si tratta appunto di un corso di storia con rigore scientifico. È importante conoscere le altre religioni e le altre culture prima di potersi esprimere e di avere un’opinione in merito. Inoltre, non si può negare l’importanza delle religioni e del loro influsso su miliardi di persone. È importante anche per comprendere fino in fondo molti processi storici, opere letterarie e artistiche, e anche per poter capire cosa sta succedendo in diverse parti del mondo attualmente.»

Attualmente lo Stato paga i docenti (generalmente dei religiosi) del corso confessionale di religione. È giusto che tutti i contribuenti paghino per dei corsi confessionali, anche coloro che si professano atei o aderenti ad un’altra religione?

«Semplice: chi decide paga. Allo stesso modo la Curia che designa i docenti e sceglie i contenuti (alla faccia della secolarizzazione!) dovrebbe anche pagarli di tasca propria. Con la proposta di Bertoli si andrà a ridurre questa scempiaggine, cui pare non fu nemmeno facile arrivare…»

Più in generale, non trovi che alla scuola si chieda di affrontare troppe questioni che esulano dall’insegnamento, a detrimento della formazione dei nostri giovani?

«È difficile fare un discorso generale, poiché spesso dipende anche dalla misura in cui si propongono determinate attività. La sfida sta proprio nel riuscire a calibrare una formazione ampia in una fase estremamente importante della crescita di un giovane, che può anche servire a orientarlo professionalmente, senza perdere di vista le materie più importanti.»

A fianco dell’ora di religione cattolica o protestante, andrebbero proposti corsi confessionali di religione anche di altre confessioni, come quella islamica, buddista, induista, …?

«Già i corsi confessionali di religione cattolica e protestante, all’interno della scuola pubblica, sono di troppo. Ripeto, fuori ognuno è libero di organizzare e seguire qualsiasi corso di questo tipo. O meglio, a discrezione della famiglia fino al sedicesimo anno di età, ma insistere è solo controproducente…»

Intervista pubblicata su ticinolibero.ch.