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La direttiva UE sulle armi e lo spauracchio di Schengen

A molti piace ricordare che la Svizzera è uno stato liberale, vale a dire che da sempre ha garantito, tramite la Costituzione e le leggi, le libertà individuali dei propri cittadini. Ora si vogliono svendere queste garanzie su imposizione dell’UE, togliendo dei diritti senza alcun miglioramento per la sicurezza. Infatti, l’unica motivazione addotta dalle forze politiche che si professano liberali per sostenere la ripresa della restrittiva legislazione europea sulle armi è lo spauracchio dell’uscita da Schengen.

Si ripete che Schengen sarebbe vitale per la Svizzera, cercando soprattutto di dare l’impressione che i vantaggi sussistano solo e unicamente per il nostro Paese. Invece è un fatto: di Schengen approfittano entrambe le parti, in determinati settori l’UE addirittura più della Svizzera. Ad esempio, i dati che le autorità svizzere inseriscono nel sistema di informazione di Schengen sono di qualità molto migliore rispetto a quelle che la Svizzera può richiamare.

La decisione sul mantenimento dell’Accordo è quindi una decisione politica, non giuridica, in cui l’UE ha un chiaro interesse affinché la Svizzera rimanga nello spazio di Schengen. Oltretutto, la tesi secondo la quale entro 90 giorni saremmo fuori dall’accordo non regge: gli accordi prevedono unicamente che entro tale termine le due parti debbano incontrarsi per trovare una soluzione pragmatica. Nulla osta quindi, a poter respingere l’inutile oltre che liberticida inasprimento della legge sulle armi. Inutile perché le misure proposte non contribuiscono minimamente a combattere il terrorismo – l’obiettivo dichiarato della direttiva europea che si è voluta riprendere – e colpiscono invece unicamente i cittadini onesti.

Sappiamo che gli attentati terroristici non avvengono con armi possedute legalmente: infatti le armi a raffica utilizzate ad esempio negli attentati di Parigi sono già oggi proibite, mentre con l’inasprimento si vogliono ora proibire i fucili semiautomatici. E così anche un simbolo svizzero quale è il fucile d’assalto diventa di principio proibito, detenibile solo con una “autorizzazone eccezionale” rispetto al normale permesso d’acquisto odierno. E ciò nonostante le ripetute rassicurazioni in occasione della votazione sull’adesione all’Accordo di Schengen, quando in un libretto esplicativo come quello ricevuto a casa in questi giorni addirittura il Consiglio federale assicurava che il timore di restrizioni incisive nel nostro diritto sulle armi era ingiustificato, e che “chi intenderà acquistare un’arma non dovrà fornire alcuna prova della necessità”.

La questione è quindi così riassunta: senza nemmeno aver provato a dimostrare i vantaggi in termini di sicurezza e di lotta al terrorismo – obiettivi senz’altro legittimi e condivisi da tutti – si vogliono sacrificare dei diritti importanti cari non solo ai tiratori ma a tutto il popolo svizzero. La sicurezza rischia semmai di risentirne, con la burocrazia che aumenterà il numero di poliziotti dietro la scrivania, mentre la legge sulle armi attualmente in vigore è già sufficiente per combattere gli abusi.

Una simile imposizione dell’UE non giustifica in alcun modo una riduzione dellanostra libertà individuale: per salvaguardare i nostri diritti si impone un chiaro NO il prossimo 19 maggio!

 

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«La scuola che verrà» — Dibattito a Democrazia diretta

Dibattito sulla votazione cantonale del 23 settembre 2018.

Ospiti in studio per il SI:

  • Manuele Bertoli, consigliere di stato
  • Anna De Benedetti Conti, pres. Conferenza cantonale dei genitori
  • Fabio Käppeli, granconsigliere PLR
Ospiti in studio per il NO:
  • Piero Marchesi, presidente UDC
  • Sergio Morisoli, granconsigliere LA DESTRA
  • Andrea Giudici, granconsigliere PLR

Conducono Reto Ceschi e Massimiliano Herber.

Testo tratto da Rsi.ch.

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Bellinzona e i suoi quartieri guardano avanti

Quasi 130 articoli compongono il Regolamento comunale della nuova Bellinzona, approvato a larghissima maggioranza dal Consiglio comunale quale primo indispensabile tassello in questa fase di avviamento della nuova Città. Infatti l’importanza di un regolamento comunale va ben oltre l’onorario dei Municipali: è il principale strumento di lavoro e pone le fondamenta del Comune, dei suoi principi e del rapporto con la cittadinanza. Penso in particolare alle associazioni di quartiere che attendono di essere costituite e che sono previste proprio per avvicinare le cittadine e i cittadini alle istituzioni e viceversa. Ad essere contestato è invece un unico articolo che nelle ultime settimane ha fatto scorrere fiumi di critiche strumentali e ingiuste all’indirizzo del Municipio. E ciò nonostante mai prima d’ora nel territorio della Città aggregata si sia visto un esecutivo lavorare cosi intensamente, per via delle necessità che questo particolare periodo storico impone.

Un lavoro che inevitabilmente richiede tempo ed energia, obbligando a ridurre la propria attività lavorativa con una conseguente riduzione di stipendio. Dall’esterno non è facile rendersi conto e riconoscere il lavoro che ci sta dietro, ma i membri del Municipio devono dedicare tanto tempo alla funzione, alle riunioni, alla conduzione del proprio dicastero e ai compiti di rappresentanza. Una buona conoscenza e approfondimento dei vari dossier richiede tempo, ma è fondamentale per prendere decisioni ponderate di cui poi porteranno la responsabilità. Non si tratta di aumentare alcuno stipendio, oltretutto senza cassa pensioni, poiché dopo l’aggregazione ci ritroviamo confrontati a una realtà completamente diversa e alle necessità di un Comune di ben altre dimensioni. A questa nuova e più impegnativa realtà sono stati adeguati gli onorari dei municipali, così come contemplato con tanto di importi anche nello studio aggregativo. La buona politica richiede tempo, non è improvvisazione. Per questo motivo invito a votare un SÌ convinto al Regolamento comunale della nuova Città di Bellinzona.

 

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Rifiuti: Sì al rispetto della… legalità!

 

L’8 novembre scorso, il Gran Consiglio ticinese, accogliendo la modifica della Legge cantonale di applicazione della legge federale sulla protezione dell’ambiente, ha di fatto detto alla tassa cantonale sul sacco. Al proposito ricordo che nel 2011 (ben sei anni fa!) il Tribunale federale, giudicando un caso del Canton Vaud (che oggi vanta un concetto di sacco regionale adottato dalla maggior parte dei Comuni), ha definitivamente sancito la non conformità con il diritto federale dei Regolamenti che prevedono solo una tassa forfettaria. E così, da allora, il Canton Ticino, per allinearsi al quadro giuridico di riferimento, secondo le indicazioni del Tribunale federale, prescrive ai Comuni un modello di riferimento basato sul prelievo di una tassa base e di una tassa proporzionale al quantitativo di rifiuti da smaltire. La nuova regolamentazione introdurrà quindi in tutto il Cantone il principio di causalità “chi inquina paga”, corollario di “chi non inquina non paga”. Non rappresenta una nuova tassa, poiché in un modo o nell’altro tutti noi paghiamo già oggi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Come auspicato dai promotori del Referendum, il 21 maggio prossimo sarà la cittadinanza ad esprimersi su questo tema. Un’occasione per aderire ad un principio giuridico federale e molto svizzero e per rispettare il diritto dei cittadini di poter pagare in maniera causale per i propri rifiuti. Invito dunque ad approvare con convinzione la nuova regolamentazione cantonale, votando alla tassa cantonale sul sacco.

 

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«Imposta di circolazione» — Dibattito a Patti Chiari

Compri un’automobile nuova e meno inquinante facendo affidamento sugli ecoincentivi fiscali, ma dopo pochi mesi… il bonus va in fumo. E l’imposta di circolazione raddoppia.

Una brutta sorpresa capitata a molti cittadini ticinesi che nelle scorse settimane hanno aperto la lettera proveniente da Camorino. La stessa automobile che a dicembre 2016 veniva considerata virtuosa per le sue basse emissioni nocive, nel gennaio 2017 virtuosa non lo era più.

Ma non è l’unico paradosso, del giro di vite attuato dal governo ticinese sugli ecoincentivi. Lo sa bene un altro cittadino che si è rivolto a Patti chiari. Per lui, oltre al danno… anche la beffa, quando ha scoperto che se la sua auto avesse un anno in più, pagherebbe il 40% in meno. Sembra impossibile, ma è proprio così. È quanto prevede la legge.

Patti chiari, nel servizio di Michele Rauch e Remy Storni,  lo sdegno e l’incomprensione degli automobilisti. E le risposte delle istituzioni, accusate di aver piegato il sistema bonus-malus alle necessità di bilancio.

Testo tratto da Rsi.ch.

 

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Il partito delle tasse colpisce ancora

Il partito socialista? Macché, quello ormai ha un’influenza tutto sommato limitata. Il nuovo, ma nemmeno tanto nuovo partito delle tasse ha invece la maggioranza relativa in Consiglio di Stato e un peso decisamente più importante. Potrebbe quindi certamente impegnarsi maggiormente per contenere la spesa in Governo, senza arrivare in Gran Consiglio a pretendere – senza dire dove – maggiori risparmi per 20 milioni di franchi. Una richiesta che non vale la carta su cui è scritta.

Negli scorsi giorni è stato presentato l’aumento dell’imposta di circolazione che arriva proprio – guarda caso – dal dipartimento che negli ultimi anni ha assunto più personale: sono state infatti oltre 120 le nuove unità assunte al Dipartimento delle istituzioni.

Si potrebbe dire „fino a qui nulla di nuovo“, visto che un’altra volta ancora è stata intrapresa la via più facile di aumentare le tasse, se non fosse che proprio in questo periodo, due anni fa soltanto, consegnavamo le firme contro l’aumento delle imposte di circolazione. Tutti eccetto forse solo il Dipartimento delle istituzioni ricordano che quell’aumento fu poi sonoramente bocciato – nella misura non proprio irrilevante di 2 a 1 –  dalle cittadine e dai cittadini ticinesi.

La misura politicamente molto discutibile oggi agli onori della cronaca è effettivamente già stata annunciata nell’aprile 2016 insieme alla manovra di risanamento, nonostante il suo apporto contenuto. Già annunciata quindi, anche se non nella sua realizzazione di cui abbiamo appreso solo negli scorsi giorni. Tutti i cittadini che hanno acquistato un’automobile da aprile dello scorso anno fino ad oggi consapevoli dei relativi vantaggi per l’ambiente e per il portafoglio possono legettimamente sentirsi presi per i fondelli. Il motivo è semplice e sicuramente non ecologico: servono soldi e anche il più possibile, ma di tagliare sulle uscite o anche solo rinunciare a nuove assunzioni la voglia non è troppa, anzi.

Non siamo di fronte a un semplice adeguamento dei coefficienti ai nuovi standard di efficienza per il calcolo dell’imposta e l’attribuzione di bonus e malus. Si tratta piuttosto di un segnale chiaro, di un sistema che sta manifestando tutti i suoi limiti e che proprio per questo è già in fase di revisione. A maggior ragione, quindi, mal si comprende questo ennesimo aumento delle imposte di circolazione che fra pochi mesi potrebbe già essere completamente rivoluzionato, ma soprattutto proveniente da un dipartimento che potrebbe e dovrebbe sicuramente far di più sul fronte delle uscite, ricordandosi di decisioni popolari molto recenti.

 

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Legge sui trasporti pubblici, NO alla tassa di collegamento

Sono state settimane di dibattito acceso sulla tassa di collegamento, come raramente avviene in occasione di votazioni cantonali. Sono state dette tante cose, alcune anche un po’ tirate per i capelli. Seguendo il dibattito penso si possano concludere tre cose importanti.

La tassa colpisce noi cittadini: sono i promotori della tassa stessi che lo auspicano (alcuni di loro da anni) e che sostengono che l’automobilista ticinese vada finalmente disincentivato dall’utilizzo della propria vettura. Il Governo stesso ha dichiarato che chiamerà alla cassa i dipendenti dello Stato e delle aziende parastatali: questo non sorprende anche perché se così non fosse e il Governo dovesse “autopagarsi” la tassa, gli introiti previsti non verrebbero racimolati. E ancora: il sindacato OCST (Organizzazione cristiano sociale ticinese) si è espresso contro la modifica della legge proprio poiché teme – o ha segnali concreti – che questa imposta si ripercuota direttamente sui lavoratori ticinesi, mentre anche la “libertà di voto” di UNIA indica chiaramente che al di là di tutto chi difende i lavoratori non può essere a favore di questo progetto.

Il secondo elemento riguarda la crassa ingiustizia e discriminazione che introduce questa nuova imposta: non segue nessuna logica, non tocca chi ha più disponibilità (anzi), e non tocca chi inquina maggiormente. Colpisce le famiglie, i lavoratori e i consumatori a macchia di leopardo. Se ad esempio un cittadino che abita a Bellinzona lavora a Mendrisio in un’azienda che ha 40 posteggi e utilizza la macchina per coprire i suoi 90 km (benché avesse l’opzione del trasporto pubblico) non pagherà la tassa, ma colui che abita in Val Verzasca e scende sul piano di Magadino (andata e ritorno circa 15 km) per lavorare in un’azienda con 50 posteggi pagherà fino a 1000 franchi all’anno. Ma con quale logica? Saranno toccati tutti (chi non paga la tassa al posto di lavoro la paga nel tempo libero) ma soprattutto i lavoratori, le classi sociali inferiori e il ceto medio.

Il terzo fattore è, per certi versi, il più grave: la nuova tassa non risolve il problema, ma ci sta illudendo. Il problema del traffico in alcune zone del Cantone è grave e penalizza cittadini ed economia. Sono necessarie, a breve, soluzioni urgenti, pragmatiche e concrete. Chi pensa che tassare 30’000 posteggi (in Ticino vi sono 315’000 automobili!) contribuisca a risolvere il problema del traffico è miope o in malafede. Sicuramente non aiuterà a risolvere davvero una situazione problematica sotto gli occhi di tutti, la cui soluzione verrà ritardata da questa misura che getta unicamente sabbia negli occhi della popolazione.

Da parte mia spero vivamente e con tutto il cuore che il popolo ticinese voti NO alla modifica della legge sui trasporti pubblici questo fine settimana, affinché si possa serenamente tornare a parlare di mobilità lasciando da parte tasse e imposte a beneficio di conti pubblici che vanno prima di tutto riassestati. Questo è il compito del Governo e di noi Granconsiglieri.

 

Articolo apparso su LaRegione.

 

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I verdi, le FFS, e il risanamento del San Gottardo

Ho appreso con molto interesse delle domande poste settimana scorsa da Franco Denti al Consiglio di Stato, relative alla sua preoccupazione circa i numerosi ritardi sulla linea ferroviaria svizzera. In particolar modo il collega nel suo atto parlamentare denuncia ritardi inammissibili sulla tratta ferroviaria del San Gottardo. Molto interessante. Sì, perché anche io sono d’accordo, e almeno non sono solo i Giovani Liberali Radicali a lamentarsene. I disagi ferroviari erano infatti stati al centro di un’interrogazione presentata anche dal sottoscritto prima di Natale. Già, perché i treni subiscono sempre più importanti ritardi, e a volte delle panne di natura tecnica, che ne interrompono la circolazione.

Questa premessa, condivisa dal deputato dei Verdi, dovrebbe quindi farci riflettere in vista del voto sul risanamento della galleria autostradale del San Gottardo. Gli oppositori al risanamento propongono appunto, quale alternativa al secondo tubo senza aumento di capacità, la cosiddetta autostrada viaggiante. In base a tale sistema tutto il traffico merci e passeggeri (in media 17’000 veicoli al giorno) dovrebbe essere caricato sul treno durante i tre anni del risanamento della galleria esistente. Oltre a non disporre della capacità necessaria per assorbire le richieste di trasporto, l’autostrada viaggiante, nella versione immaginata in caso di rifiuto del tunnel risanamento, necessiterebbe di enormi stazioni di trasbordo con superfici complessive di circa 150’000 metri quadrati (pari a 22 campi da calcio). Alla fine del risanamento queste strutture verrebbero smantellate senza lasciare alcun valore aggiunto. Soldi davvero sprecati quindi. Ogni 30/40 anni l’esercizio verrebbe ripetuto, in occasione dei futuri e inevitabili risanamenti.

Detto in altre parole, la proposta degli oppositori al risanamento, consiste nel far dipendere il Ticino per oltre tre anni dalla sola ferrovia. Quella stessa ferrovia di cui però ci si lamenta per i ritardi e le panne di natura tecnica. Ma se la struttura ferroviaria, come dimostrato nei fatti e come descritto nell’atto parlamentare di Denti, non garantisce un trasporto affidabile, perché confidarle quindi l’esclusiva del nostro collegamento con il resto della Svizzera? Mi sembra un po’ pericoloso…

Anche per questo motivo votiamo sì il prossimo 28 febbraio alla galleria di risanamento. Non possiamo infatti dipendere da esperimenti ferroviari che nemmeno le FFS, cognite in materia, vogliono realizzare. Pena la trasformazione del Ticino in un enorme vicolo cieco.

 

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San Gottardo: giovani lungimiranti

È stato costituito il comitato giovanile a favore della galleria di risanamento al San Gottardo composto dai principali movimenti giovanili attivi sulla scena cantonale. I Giovani Liberali Radicali Ticinesi sono stati precursori già nel 2011 con una petizione contro la chiusura prolungata del tunnel autostradale del San Gottardo, al fine di evitare tutti gli effetti negativi che essa comporta, poi ceduta al comitato per il completamento forte di oltre 5’000 firme.

Qualunque sia l’esito il 28 febbraio, la galleria autostradale è da risanare e un risanamento globale richiede una chiusura totale. L’occasione si rende quindi ottima per gestire la stessa capacità, in modo diverso, con quello che de facto è uno sdoppiamento. Di conseguenza non si minano gli obiettivi della Legge sul trasferimento del traffico merci attraverso le Alpi, per cui la galleria di base di AlpTransit rappresenta una condizione essenziale; tant’è che gli stracitati obiettivi sono da raggiungere al più tardi due anni dopo questa apertura.

Serve lungimiranza per non ritrovarsi fra 40 anni a dover svolgere la stessa operazione senza valore aggiunto. La stessa lungimiranza mancata nel 1992 al fronte ambientalista, quando ha promosso il referendum contro AlpTransit, in cui hanno però fortunatamente rimediato una sonora batosta. Domani come oggi, le future generazioni ci ringrazieranno.

E fondamentale rimane la complementarietà tra strada e ferrovia. Per la sicurezza a lungo termine e per non restare isolati a breve termine, e senza aprire le due corsie aggiuntive come previsto dal progetto, le quali rappresentano una bella garanzia in situazioni di emergenza. Ai rappresentanti del popolo il compito di far rispettare gli accordi presi, con la consapevolezza che qualora si vorrà aumentare la capacità si dovrà passare lo scoglio popolare che vede la doppia maggioranza di popolo e cantoni. Non si scappa.

 

Articolo apparso su LaRegione.

 

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«PLR: Quindici anni di radicali cambiamenti» — Intervista

Tre lustri separano l’ingresso in Parlamento di Franco Celio e Fabio Käppeli – Cambia il modo di pensar la politica. Fra i due è scontro sullo strumento del referendum – Divergente pure il genere d’ammirazione per Rocco Cattaneo.

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Perché gli over 50 giovano alla politica?

«Perché senza dubbio significa avere qualche anno d’esperienza alle spalle. E per un giovane come me ciò si traduce in punti di riferimento ai quali rubare pillole di saggezza. Inevitabilmente le prospettive sono differenti, ma da questo giusto mix la politica può solo trarre beneficio».

Quale contributo possono fornire invece le nuove leve?

«I volti nuovi possono portare una ventata d’aria fresca, nuove idee e, magari, permettere di superare futili litigiosità trascinatesi in Parlamento da tempo. Più in generale gli over 50 contribuiscono a una politica più riflessiva, mentre noi giovani siamo più audaci e frizzanti».

Quale consiglio politico vorrebbe dare al suo collega?

«Noto che Franco Celio ha avuto alcune rimostranze verso il ricorso al referendum anche in casa PLR, ritenendolo estraneo agli usi tradizionali del partito. Ecco, forse da parte sua non è stato colto a pieno il cambiamento generato dalla perdita della maggioranza relativa in Governo. Uno scenario, questo, che ha cambiato le carte in tavola e che rende più che legittima una raccolta firme. E non è vero che con il referendum sugli ecoincentivi s’è voluto screditare lo Stato mettendosi a servizio dell’UDC (vedi la risposta 3 di Celio, ndr). Proprio perché lo Stato ci sta a cuore vogliamo che spenda nel migliore dei modi e per misure realmente utili».

Che risultato otterrà il suo partito alle federali?

«Ottenere il terzo seggio al Nazionale è possibile, ma non facile viste anche le congiunzioni altrui. Credo comunque che il partito possa seguire la crescita registrata un po’ in tutta la Svizzera. Il liberalismo sta tornando in auge e chi lavora seriamente e a lungo termine viene premiato».

Descriva il presidente del suo partito.

«Rocco ha pedalato tanto. Dopo un normale periodo di apprendistato, ha ingranato e i risultati si sono visti: il partito è tornato a crescere. Con il suo pragmatismo e arrivando da “fuori” ha favorito il rinnovamento, puntando con coraggio sui giovani e vincendo la scommessa».

Se dico “frontalieri” a che cosa pensa?

«Al Bussenghi e al Bernasconi della serie “Frontaliers”, che non mi sembra piacciano molto al collega Celio che intravedeva nel lavoratore italiano il civilizzatore e nella guardia di confine ticinese il sottosviluppato. Scherzi a parte, il frontaliere è una risorsa necessaria per il cantone, ma diventa un problema se sfocia nei fenomeni della sostituzione e del dumping. Non ci sono ricette miracolose, ma si potrebbe iniziare intervenendo sulla fiscalità dei frontalieri, eliminando il relativo accordo del 1974 che vieta la doppia imposizione in Svizzera e in Italia».

Presenti due misure per ridurre il deficit cantonale: una alla voce entrate e una alla voce uscite.

«Prima di tutto il Governo deve cercare di contenere la spesa, dove il margine di manovra è ampio. E in tal senso fatico a capire perché, nonostante si sia indicato chiaramente dove spendere meglio, non ci sia la volontà d’agire. Mi riferisco, nell’ambito dei sussidi di cassa malati, al calcolo del premio medio di riferimento basato sul modello del medico di famiglia che permetterebbe allo Stato di risparmiare milioni senza chiedere sacrifici. Sul fronte delle entrate invece il mio aiuto non serve; il Governo ha già dimostrato di ricorrervi troppo facilmente, ma non è il momento di ridurre il potere d’acquisto dei cittadini».

Quale atto parlamentare mira a presentare in questa legislatura?

«Mi sta a cuore il mondo della scuola, in quanto studente e membro della speciale commissione. A livello parlamentare mi batterò dunque, pensando alla riforma “La scuola che verrà”, per un servizio forte e di qualità e non votato all’egualitarismo indistinto e ideologico che altri vorrebbero: come partito non vogliamo un livellamento verso il basso».

Sarebbe bello se Governo e Parlamento conducessero in porto…

«Sarebbe fantastico se si concretizzasse una mia proposta (ride, ndr). Tornando serio, prima che si trasformi in una leggenda metropolitana la revisione dei compiti dello Stato, al fine di garantire delle finanze sane».

Può privare il Gran Consiglio di un partito. Quale e perché?

«I partiti siedono di diritto in Gran Consiglio in quanto eletti democraticamente. Detto questo, dovendo scegliere escluderei i Verdi. Vista la loro linea, due terzi potrebbero confluire nella Lega e un terzo nel PS. Hanno perso per strada il loro credo ecologico».

Se invece potesse rubare un deputato a un altro partito chi sceglierebbe e perché?

«Sicuramente ruberei un giovane. E tra i neoeletti ce ne sono molti validi. Tuttavia preferisco che rimangano nei rispettivi partiti, così da avere dei punti di riferimento con cui lavorare e creare alleanze. Cosa non possibile avendoli tutti nel PLR».

Qual è il politico più brillante che abbia mai calcato la scena ticinese?

«In questi giorni mi sembra giusto ricordare Giuseppe Buffi, un autentico esponente del liberalismo venuto a mancare proprio alla fine di luglio di 15 anni fa. Grazie a lui il Ticino è diventato un Cantone universitario e aperto al mondo».

 

Corriere del Ticino, 24 luglio 2015.