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«Tedesco: cercansi insegnanti» — Dibattito a Modem

Die, der oder das…? Su la mano chi non è si è mai dovuto confrontare con questo angosciante rompicapo. Eh sì, il tedesco è una lingua ostica e al sud delle Alpi nei prossimi anni rischia di diventarlo ancor di più, visto che mancano docenti formati e che questa carenza, a detta delle stesse autorità scolastiche, potrebbe portare ad un calo della qualità dell’insegnamento. Il problema non è nuovo ma sta attraversando una delle sue stagioni più complesse. Le cifre parlano chiaro: per i prossimi anni ci sarà bisogno di circa 50 nuovi insegnanti di tedesco, ripartiti tra le scuole medie e le scuole superiori.

Iniziata ormai da tempo, una specifica campagna di reclutamento non ha finora dato i risultati sperati e ora si cerca di correre ai ripari proponendo una specifica formazione a docenti che oggi insegnano alle scuole elementari. Il futuro prossimo appare dunque a tinte fosche per questo ambito formativo fondamentale, il tedesco è la lingua maggioritaria nel nostro Paese e ad essa è legata a filo doppio la possibilità di trovare buoni posti di lavoro, al di qua e al di là delle Alpi.

Cosa si sta facendo e si pensa di fare nel prossimo futuro per risolvere questo problema? Come mai il ragazzo o la ragazza ticinese fatica ad appassionarsi per questa lingua, insegnata a partire dalla seconda media? E perché è difficile se non impossibile convincere docenti svizzero tedeschi formati ad accettare un posto di lavoro in una delle sedi scolastiche ticinesi?

Queste alcune delle domande che poniamo ai nostri ospiti:

Manuele Bertoli, responsabile del Dipartimento Educazione, cultura e sport;

Fabio Käppeli, gran consigliere PLR, primo co-firmatario di un’iniziativa; parlamentare che chiede di anticipare l’insegnamento del tedesco già alle scuole elementari;

Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI;

Marisa Rossi, docente di tedesco al Liceo Lugano 2

Testo tratto da Rsi.ch.

 

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La Lex Fogazzaro torna in aula

Il trsistemente noto caso Fogazzaro ha portato alla luce un diplomificio di dimensioni sorprendenti. Un mercato in cui ottenere una maturità liceale rappresenta una via comoda e facilmente accessibile anche alle nostre latitudini.

Per rimediare a una legislazione datata e non sufficiente è sui banchi della Commissione formazione e cultura da oltre un anno una modifica delle norme concernenti l’insegnamento privato. Durante la scorsa seduta, a fronte di un rapporto di maggioranza e ben due di minoranza, il Gran Consiglio ha votato un rinvio in commissione (invero in un momento in cui la presenza in aula non brillava per nulla).

Con le modifiche proposte si vuole evitare che determinate “scuole” continuino a operare sul nostro territorio. Infatti la miglior definizione del regime autorizzativo rappresenta la principale novità: si vuole che le scuole private non parificate, le quali preparano alla maturità con esame svolto all’estero, non siano più autorizzate dal Cantone, a meno che non facciano effettuare ai loro studenti gli esami di maturità in Svizzera.

Le scuole serie non devono invece temere nulla, e riceveranno dallo Stato l’autorizzazione a formare i nostri giovani. Sono altri gli attori che non vogliamo più sul nostro territorio, nell’interesse pubblico e della scuola ticinese, ma soprattutto nell’interesse di chi frequenta queste scuole, e pure nell’interesse stesso delle scuole private, le quali sono le prime a dover volere che le mele marcie non abbiano più a esistere.

L’allievo e la sua famiglia investono tempo, energie e risorse finanziarie in un percorso formativo pluriennale che dovrebbe condurre il giovane all’ottenimento di un titolo ambito, senza disporre tuttavia degli strumenti per poter verificare la validità di tale percorso. Lo stato interverrà quindi quale garante che l’offerta formativa sia effettivamente adeguata all’ottenimento del titolo di studio in questione.

I destinatari di questa modifica legislativa – non dobbiamo dimenticarcelo – sono anche i giovani che faticano sui banchi dei licei pubblici e privati: magari non si capisce il senso di alcuni esami, o si fatica a capire perché bisogna studiare alcune discipline che si immagina non avranno nulla a che vedere con il proprio futuro. Non è facile, ma sappiamo che le scappatoie non pagano. E anche se si trovano, non si potranno trovare sempre anche una volta fuori dal mondo scolastico.

La Commissione formazione e cultura si è subito rimessa al lavoro per non perdere un ulteriore anno scolastico in cui la credibilità di tutto il nostro sistema educativo sarebbe rimasta in discussione. Grazie a un ritrovato dialogo con il Dipartimento, oltre che con una delle minoranze, si è potuti tornare in aula già nella sessione del prossimo mese con una soluzione ancora più condivisa, a fronte di qualche piccola precisazione in più.

 

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«A tutta scuola» – Faccia a faccia a La Domenica del Corriere

Ospiti in studio: Manuele Bertoli, direttore DECS e Fabio Käppeli, parlamentare PLR

 

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«Forza 4» – La Domenica del Corriere in 30 minuti

Temi seconda parte: Educazione sessuale e sicurezza

Ospiti: Maurizio Agustoni (PPD), Michele Guerra (Lega), Fabio Käppeli (PLR), Siro Petruzzella (MPS).

Testo tratto da Teleticino.ch.

 

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Sperimentiamo ora per migliorare la scuola di domani

È naturale che la scuola dell’obbligo faccia discutere e, soprattutto, che non faccia l’unanimità. Probabilmente non ha eguali nel rivestire così tanta importanza: accoglie i nostri giovani in tenera età, con i loro sogni e le loro paure, e li accompagna fino all’adolescenza e oltre, preparandoli al “mondo degli adulti”. Si tratta di fasi cruciali anzitutto per la crescita formativa e personale dei cittadini di domani, ma di riflesso per l’intera società.

Su una cosa sono però tutti concordi: la scuola ticinese necessità una riforma per fare dei passi in avanti. Rimane una buona scuola, ma dopo 40 anni senza cambiamenti importanti deve recuperare il passo.

Ogni ragazzo è diverso, e ogni ragazzo ha la sua intelligenza, la sua attitudine, le sue doti e pure i propri ritmi. Il bravo docente deve capire e aiutare ogni allievo a sviluppare le proprie potenzialità, cercando di portarle all’eccellenza. Le donne e gli uomini di scuola consultati ci hanno quindi indicato la necessità di gruppi più omogenei all’interno dei laboratori in terza e quarta media, divisi per competenze affinché l’incontro tra docente e allievo – dove la scuola avviene realmente ogni giorno – possa dare risultati ancora migliori. Questo modello per volontà del Gran Consiglio è quindi divenuto parte integrante della doppia sperimentazione in votazione, per cui dopo tre anni torneremo in Gran Consiglio a discutere sulla base di una valutazione esterna e indipendente, la quale confronterà i due sistemi oltre al sistema attuale.

In attesa della votazione e della conseguente scelta di chi svolgerà l’analisi i criteri non possono già essere definiti, tuttavia non è difficile immaginare che tra quelli centrali vi saranno lecompetenze acquisite, le settimane progetto, il carico di lavoro per i docenti oppure ancora l’alternanza fra laboratori, atelier e ore con la classe intera. Sarebbe certamente utile se alla definizione dei criteri fossero coinvolti anche persone competenti che ora sono contrarie alla sperimentazione. Senza i necessari adattemi legislativi non vi potrà comunque essere alcun automatismo nell’estensione di un progetto di riforma di cui oggi ci limitiamo a votare la fase pilota.

Ad ogni modo quello posto in votazione è un progetto profondamente rivisto rispetto alla prima versione: l’approfondimento in ogni fase della consultazione ha infatti permesso che diversi correttivi fossero già integrati e altre proposte tralasciate. Eppure la quasi totalità delle critiche sono rimaste proprio lì, ad esempio per quanto concerne il passaggio al medio superiore, mentre altre sono proprio inventate, come l’abolizione delle note di cui ancora leggevo nei giorni scorsi su queste pagine.

Per migliorare la nostra scuola bisogna provare oggi le innovazioni necessarie, votiamo SÌ per il futuro del nostro Cantone!

 

Opinione pubblicata sul Corriere del Ticino

 

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«La scuola che verrà» — Dibattito a Democrazia diretta

Dibattito sulla votazione cantonale del 23 settembre 2018.

Ospiti in studio per il SI:

  • Manuele Bertoli, consigliere di stato
  • Anna De Benedetti Conti, pres. Conferenza cantonale dei genitori
  • Fabio Käppeli, granconsigliere PLR
Ospiti in studio per il NO:
  • Piero Marchesi, presidente UDC
  • Sergio Morisoli, granconsigliere LA DESTRA
  • Andrea Giudici, granconsigliere PLR

Conducono Reto Ceschi e Massimiliano Herber.

Testo tratto da Rsi.ch.

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«Quadrilinguismo elvetico e inglese» — Dibattito a 60 minuti

Lingue, multilinguismo, grado di apprendimento delle lingue nazionali in Ticino e in Svizzera, intrusione dell’inglese e resistenza delle lingue minoritarie saranno tra i temi dell’edizione di 60 minuti estate. Quale politica linguistica e quale insegnamento per garantire la comprensione e dare le migliori possibilità ai giovani ticinesi e grigionesi?

Alessia Caldelari ne parlerà con gli ospiti in studio:

  • Brigitte Jörimann, consulente per le lingue cantone Ticino
  • Fabio Käppeli, granconsigliere PLRT
  • Martin Candinas, consigliere nazionale PPD Grigioni a Berna
  • Bruno Pedreira Coelho, studente ticinese all’Università di Zurigo

e in collegamento da Ginevra:

  • Paola Ceresetti, portavoce della missione permanente svizzera all’ONU

Testo tratto da Rsi.ch.

 

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La sfida del “lifelong learning” di fronte alla 4a rivoluzione industriale

L’innovazione tecnologica richiede un aggiornamento delle competenze richieste nel mondo del lavoro al giorno d’oggi e sta trasformando radicalmente l’istruzione. L’elaborazione di un sistema d’educazione adeguato alle esigenze attuali e future richiede non solo dei programmi di studio adeguati al secolo in cui viviamo, affinché le competenze di base quali quelle linguistiche, la risoluzione di problemi complessi, il pensiero critico, la creatività, la collaborazione e l’alfabetizzazione digitale siano o continuino ad essere acquisite, ma soprattutto la costruzione di solide basi per una vita di adattamento in cui continuare a sviluppare nuove capacità.

Queste competenze sono sviluppate idealmente fin dall’inizio del percorso educativo e in tutta la scuola dell’obbligo, per essere poi affinate nelle scuole di livello secondario, nelle università e nelle scuole universitarie professionali, così come con l’apprendimento permanente lungo tutto l’arco della vita.

Il cosiddetto “lifelong learning” è un processo individuale che mira all’acquisizione di competenze e che comporta un cambiamento relativamente stabile nel tempo. Inizia ancor prima della scuola e si prolunga fin dopo il pensionamento con lo scopo di migliorare o sostituire un apprendimento non più adeguato rispetto ai nuovi bisogni sociali o lavorativi, in campo professionale o personale. Tornare alla concezione precedente per cui il percorso educativo terminava generalmente in una fase relativamente iniziale della vita non è più immaginabile poiché andrebbe a scapito della produttività dei lavoratori e di tutta l’economia.

Con la digitalizzazione vi è una crescente necessità di apprendimento permanente, a tutte le età, sia all’interno che all’esterno delle scuole. “Lifelong learning” significa quindi una sfida continua per l’individuo in primis, che le istituzioni e gli enti universitari devono continuare ad offrire e, soprattutto, mantenere attuale per consentire alle persone di essere abbastanza flessibili per adattarsi alle mutevoli esigenze del mercato del lavoro.

 

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SÌ alla civica, perché ne abbiamo bisogno

Il prossimo 24 settembre votiamo sulla civica e sul testo di Legge preparato dalla Commissione speciale Scolastica del Gran Consiglio. Quando nel 2013 fu lanciata l’iniziativa a monte del testo elaborato dalla Commissione ho avuto modo di scrivere che „uno studente liceale può prendere la maturità conoscendo perfettamente il calcolo infinitesimale e la geometria euclidea, ma senza sapere chi sia e “che cosa faccia nella vita” chi poi firma il suo diploma“. Mi basavo sul vissuto quotidiano da studente liceale, mentre con le opportune evidenze scientifiche aveva già suonato il campanello d’allarme il rapporto SUPSI „Cittadini a scuola per esserlo nella società“ del 2012.

In un sistema partecipativo come il nostro è fondamentale che chi è chiamato a votare ed eleggere sia nella condizione di poter adempiere questo compito. Alla luce del rapporto SUPSI e di alcuni servizi giornalistici che ancora recentemente hanno provato a sondare il terreno, non possiamo più dare per scontato che queste conoscenze vi siano o – peggio ancora – far finta di poter andare avanti come fatto finora senza porre dei correttivi.

La proposta votata dal parlamento ticinese a larghissima maggioranza (70 deputati provenienti da tutte le forze politiche) intende istituire la materia separata civica ed educazione alla cittadinanza, con un suo voto e una dotazione oraria minima di due ore mensili, ricavandone il tempo necessario dalla storia. Ecco spiegato il gran fervore con cui alcuni docenti di storia si oppongono alla modifica di Legge in votazione. Tuttavia se già oggi la civica viene insegnata correttamente, e fortunatamente sono in molti a farlo, la storia non si vedrà privata delle sue ore visto che il quantitativo previsto è paragonabile all’attuale.

Per chiarire un aspetto troppo facilmente strumentalizzato, „una dotazione oraria minima di due ore mensili“ non significa che la Commissione scolastica voglia creare una lezione con due sole ore al mese e poi arrivederci al mese prossimo. Come Commissione abbiamo infatti lasciato la libertà organizzativa al DECS, che potrà quindi anche condensare le ore di civica in un unico semestre o anno scolastico.

Ma la civica non è storia. La civica e il diritto tutto è un prodotto della società e quindi frutto di determinati processi storici, che però vive e fonda la sua ragion d’essere nell’attualità quotidiana e che quindi merita di essere studiata come tale. Ciò non toglie che se alcune evoluzioni sono indispensabili potranno comunque essere sempre riprese dai docenti, cui rimane la libertà didattica, allo stesso modo in cui avviene nelle facoltà di diritto.

La necessità odierna è però quella di capire come funzionano le istituzioni, con quale iter una nuova legge viene emanata. Si fa un gran parlare di lobby e gruppi di interesse e spesso si leggono lamentele di scarsa trasparenza. A chi fa politica risulta evidente come le istituzioni siano mosse (in modo anche visibile) da interessi contrastanti che a volte si ritengono preponderanti e altre volte meno. Se una proposta arriva da un determinato attore politico, in un determinato momento e in una determinata forma non è frutto del caso ma di precise logiche e interessi di parte, identificabili in ogni votazione.

Se saper distinguere un Parlamento da un Governo e conoscerne i relativi ruoli è nozionismo, allora si voti pure contro. Non la pensano così i giovani, cui possiamo dare ascolto e che tramite il Consiglio cantonale hanno più e più volte trattato il tema e ribadito la volontà di un potenziamento e miglioramento della civica nelle scuole (precisamente negli anni 2001, 2004, 2008, 2013, 2014 e 2017). Ecco quindi che nell’urna imbucherò un SÌ chiaro e convinto alla civica.

 

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Atti parlamentari

Anticipiamo l’insegnamento del tedesco – Mozione

L’importanza del tedesco per la coesione nazionale

La Svizzera può vantare una peculiarità assoluta, considerata anche una delle grandi ricchezze che il nostro Paese possiede: il plurilinguismo. Previsto anche dalla nostra Costituzione federale, all’art. 70 cpv. 3 è ancorata la promozione della comprensione e degli scambi tra le comunità linguistiche.

Come precisato nell’interpellanza 15.3293 del Consigliere nazionale Giovanni Merlini “la promozione del plurilinguismo in una nazione multiculturale e federalista assolve una funzione essenziale ai fini della coesione nazionale” ; lo stesso Consiglio federale, nella risposta all’interpellanza sopracitata considera “infatti il plurilinguismo quale collante che unisce tutti i tasselli del mosaico politico e culturale che formano il nostro Paese; riconosce anche il plurilinguismo come fattore economico chiave, atto a facilitare le nostre relazioni commerciali e culturali, offrire prospettive professionali e aumentare le opportunità sul mercato del lavoro”.

La lingua ed il suo significato fattuale hanno una valenza per il singolo in quanto rappresentano l’identità del cittadino. La lingua va dunque considerata importante in quanto descrive l’appartenenza ad un gruppo culturale, garantendo così coesione nazionale, permettendo al singolo di integrarsi maggiormente e far capo a delle esperienze personali, professionali e non.

La lingua tedesca, prima lingua in Svizzera, è di fondamentale importanza per il mantenimento del plurilinguismo. Con l’insegnamento della lingua tedesca e della lingua francese nelle nostre scuole si contribuisce a dar valore alla coesione nazionale. Senza plurilinguismo non saremmo più la Svizzera. La coesione nazionale va inoltre intesa come volontà di comprensione e di collaborazione reciproca dell’intera popolazione svizzera.

 

L’importanza del tedesco per il mondo del lavoro ticinese

Anticipare lo studio del tedesco permette ai ragazzi di crescere con una “mente bilingue”. Ciò presenta numerosi vantaggi e in primis sul mercato del lavoro: infatti sono sempre di più le aziende che intrattengono rapporti con le aziende della Svizzera interna e la Germania, dove il tedesco, in questi casi, è fondamentale. Ma anche dal punto di vista sociale i vantaggi sono molti, facilitando le relazioni con i concittadini d’oltre Gottardo. Decine di studi, inoltre, sostengono che l’apprendimento di due lingue nella prima infanzia migliori una serie di abilità cognitive.

Studi del World Economic Forum, in Svizzera, Gran Bretagna, Canada e India dimostrano che esistono anche benefici finanziari dovuti al bilinguismo o al multilinguismo, che possono quindi certamente rendere le economie più floride favorendo un vantaggio competitivo. Uno studio elvetico, ad esempio, stima che il multilinguismo contribuisca al 10% del PIL nazionale, dimostrando che le competenze linguistiche dei lavoratori aprono più mercati alle imprese svizzere, con grande vantaggio per tutta l’economia.

E oltre alle competenze puramente cognitive, i guadagni sociali possono essere altrettanto importanti. Uno studio recente dimostra, ad esempio, che i bambini bilingui (ma anche i bambini semplicemente esposti a una seconda lingua) sono in grado di interpretare meglio le intenzioni di un’altra persona, grazie alla capacità di vedere le cose dalla loro prospettiva.

È dunque necessario impegnarsi a promuovere maggiormente la lingua tedesca in Ticino, in modo tale che possa essere considerata un valore aggiunto soprattutto per due motivi principali. Anzitutto porterebbe grandi vantaggi in vari settori quali economia, relazioni internazionali e turismo; in secondo luogo poiché offrirebbe molte opportunità, direttamente a favore dei ticinesi e della manodopera locale. Il tedesco è dunque un atout fondamentale per il mondo del lavoro, ossia un vantaggio competitivo notevole e, di conseguenza, il suo insegnamento va potenziato. La scuola ha quindi il compito di fornire ai ragazzi gli strumenti necessari per poter avere degli sbocchi professionali, in questo caso promuovendo e anticipando l’insegnamento del tedesco.

Iniziando prima lo studio del tedesco, i giovani che vorrebbero partire per gli studi oltre Gottardo avrebbero molte meno difficoltà nell’inizio degli stessi e i ticinesi sarebbero più competitivi in tutti gli ambiti professionali del mercato del lavoro locale. Questo perché l’economia ticinese intrattiene parecchie e importanti relazioni con la Svizzera interna: basti pensare ad un cameriere ad Ascona oppure a un giovane avvocato, che senza la conoscenza del tedesco avrebbero difficoltà nel trovare impiego. Non dimentichiamo poi che con Alptransit le relazioni con il mercato del lavoro della Svizzera interna aumentano e aumenteranno sempre di più: conoscere quindi la lingua tedesca è e sarà fondamentale.

A dimostrazione che il tedesco è fondamentale per il mercato del lavoro elvetico, basta ricordare che in Svizzera tra le 4 e le 4.5 milioni di persone parlano svizzero tedesco o tedesco sul posto di lavoro (circa il 63% sul totale dei posti di lavoro), il 18.5% parla francese, l’11.5% inglese e solo il 5.5% parla italiano. Mentre in Ticino sono 34’461 le persone che parlano tedesco o svizzero tedesco sul posto di lavoro su un totale di 157’683 persone occupate (circa 21.8%).

 

Atti parlamentari

Il tema non è nuovo, tanto che già nel 2009 una mozione di Duca Widmer a nome della Commissione speciale scolastica – tuttora inevasa – sollevava il problema delle lingue e in particolare del tedesco nelle scuole ticinesi chiedendo al DECS di «dare avvio a un progetto di riforma globale dell’insegnamento delle lingue nei livelli SI/SE/SME/SMS/SP».

Nel 2010, invece, il deputato Stojanovic interrogava il Consiglio di Stato per avviare un progetto pilota per offrire corsi facoltativi e gratuiti di svizzero tedesco. Interrogativi a cui il Governo ha risposto in parte negativamente, in parte delegando ai corsi per adulti che sarebbero partiti di lì a poco.

Nel 2011 è stata una mozione di Pagnamenta e cofirmatari a riportare il tema del tedesco in Parlamento. La mozione in oggetto – approvata dal Gran Consiglio nel 2013 e ancora in attesa di concretizzazione da parte del DECS – chiedeva al Governo di potenziare lo studio delle lingue nazionali e in particolare del tedesco, sensibilizzando i giovani a partire oltralpe per le prime esperienze lavorative e a promuovere scambi di corsi di formazione professionale.

 

Fatte dunque queste considerazioni, i sottoscritti deputati chiedono al Consiglio di Stato di elaborare una proposta affinché l’insegnamento del tedesco venga anticipato e potenziato nelle scuole dell’obbligo.

Alessandra Gianella e Fabio Käppeli

Maurizio Agustoni, Henrik Bang, Marcello Censi, Franco Denti, Alex Farinelli, Natalia Ferrara, Gianmaria Frapolli, Sebastiano Gaffuri, Tiziano Galeazzi, Sabrina Gendotti, Sergio Morisoli, Paolo Pagnamenta, Paolo Pamini, Nicola Pini, Matteo Quadranti, Amanda Rückert

 

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