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Sanità, premiamo (comunque) sull’acceleratore!

È difficile non ritenere prioritario a livello politico un intervento deciso in materia di politica sanitaria: nonostante la (temporanea!) stabilizzazione dei premi appena annunciata per il 2022, i costi in questo settore continuano a crescere ininterrottamente da 20 anni e in futuro tornerà ad essere lo stesso, poiché finora a grandi discussioni, proclami e analisi su un sistema a detta di tutti insostenibile sono seguiti pochi fatti. Vero è che i costi della sanità nel 1990 non ammontavano nemmeno a 27 miliardi, oggi siamo abbondantemente sopra gli 80 (!). La spesa per la sanità rispetto al PIL, si attesta oggi oltre l’11%. 30 anni fa era invece inferiore all’8%. A ciò si aggiunge che nel nostro cantone la spesa sanitaria è particolarmente alta rispetto alla media Svizzera.

Non ci si può assolutamente dire soddisfatti o, peggio, accontentarsi e rimanere con le mani in mano: le possibilità per intervenire con riforme sono molte. Difficilmente una sola proposta potrà rispondere a tutte le sfide legate all’aumento dei costi sanitari. La politica deve affrontare pragmaticamente la situazione approvando riforme significative, tali da permettere di frenare gradualmente l’aumento dei costi. Tra i progetti sul tavolo – alcuni da molto, troppo tempo – vi è quello di finanziare le prestazioni ambulatoriali e quelle stazionarie allo stesso modo, sia con premi degli assicuratori sia con i contributi dei cantoni. Oggi questa suddivisione vale solo per le prestazioni stazionarie, mentre quelle ambulatoriali sono finanziate esclusivamente con i premi che paghiamo alle casse malati. Il paradosso dello spostamento, grazie ai progressi della medicina, di sempre più prestazioni verso l’ambulatoriale – dove costano meno – è che ciò porta a un aumento dei premi. Infatti i premi coprono il 100% delle prestazioni ambulatoriali, a fronte del (solo) 45% per le prestazioni erogate in regime stazionario, che per la maggior parte sono dunque coperte dai cantoni (tramite le imposte). Si tratta di una tendenza che non può essere nell’interesse degli assicurati e che va risolta di concerto con i cantoni.

Un altro tema sul tavolo da tempo è un nuovo tariffario medico. Oggi non più al passo con i tempi, la necessità di riformarlo è incontestata. L’attuale Tarmed non considera infatti tutta una serie di innovazioni ed è limitante nei confronti di prestazioni mediche moderne e innovative. Dopo anni di contrattazioni, i partner tariffali – tra cui figurano una maggioranza sia dei medici che degli assicuratori malattia! – hanno concluso e concordato una proposta che rispondesse all’urgente necessità di adattamento. Nel corso dell’estate, invece di approvarla, il Consiglio federale ha rimandato la proposta al mittente indicando che andava rielaborata la struttura tariffale, pur trattandosi di un progetto frutto di un complesso ed equilibrato accordo tra i partner in campo.

Ma come? Come è possibile questa lentezza e immobilismo di fronte alla galoppante corsa al rialzo che ha caratterizzato i premi per decenni? La politica deve seriamente interrogarsi su come intende portare a casa riforme suscettibili di aver un impatto sui costi, e dunque sui premi, senza lasciarsi illudere dalle notizie giunte nel frattempo – comunque positive – relative all’anno prossimo. Cercare il modello perfetto, soluzioni ineccepibili nei dettagli, non è per nulla indicato in questo momento. È tempo di agire. Nel mentre, l’assurda decisione del Governo imporrà ai medici di fatturare anche in futuro 12 miliardi di franchi ogni anno con un tariffario da loro stessi definito non più appropriato. E noi a pagare fatture più elevate di quello che dovremmo.

 

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Più voce e iniziativa ai quartieri

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Ospite a “Fuori in 5 minuti” – Intervista

Il mio intervento alla trasmissione “Fuori in 5 minuti” andata in onda su TeleTicino.

Elezioni comunali 2021: parola ai candidati per il Municipio di Bellinzona. 18 candidati che hanno avuto a disposizione 5 minuti di tempo per presentarsi.

 

 

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«Tedesco: cercansi insegnanti» — Dibattito a Modem

Die, der oder das…? Su la mano chi non è si è mai dovuto confrontare con questo angosciante rompicapo. Eh sì, il tedesco è una lingua ostica e al sud delle Alpi nei prossimi anni rischia di diventarlo ancor di più, visto che mancano docenti formati e che questa carenza, a detta delle stesse autorità scolastiche, potrebbe portare ad un calo della qualità dell’insegnamento. Il problema non è nuovo ma sta attraversando una delle sue stagioni più complesse. Le cifre parlano chiaro: per i prossimi anni ci sarà bisogno di circa 50 nuovi insegnanti di tedesco, ripartiti tra le scuole medie e le scuole superiori.

Iniziata ormai da tempo, una specifica campagna di reclutamento non ha finora dato i risultati sperati e ora si cerca di correre ai ripari proponendo una specifica formazione a docenti che oggi insegnano alle scuole elementari. Il futuro prossimo appare dunque a tinte fosche per questo ambito formativo fondamentale, il tedesco è la lingua maggioritaria nel nostro Paese e ad essa è legata a filo doppio la possibilità di trovare buoni posti di lavoro, al di qua e al di là delle Alpi.

Cosa si sta facendo e si pensa di fare nel prossimo futuro per risolvere questo problema? Come mai il ragazzo o la ragazza ticinese fatica ad appassionarsi per questa lingua, insegnata a partire dalla seconda media? E perché è difficile se non impossibile convincere docenti svizzero tedeschi formati ad accettare un posto di lavoro in una delle sedi scolastiche ticinesi?

Queste alcune delle domande che poniamo ai nostri ospiti:

Manuele Bertoli, responsabile del Dipartimento Educazione, cultura e sport;

Fabio Käppeli, gran consigliere PLR, primo co-firmatario di un’iniziativa; parlamentare che chiede di anticipare l’insegnamento del tedesco già alle scuole elementari;

Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI;

Marisa Rossi, docente di tedesco al Liceo Lugano 2

Testo tratto da Rsi.ch.

 

Ascolta la trasmissione.

 

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Il Coronavirus anticiperà i tempi delle riforme?

Da quasi un anno il coronavirus è sulla bocca di tutti e domina la nostra quotidianità, come pure le pagine dei media. Quale fil rouge si è protratta la discussione sui costi legati alla pandemia, siano essi di natura economica o direttamente legati al sistema sanitario: le ingenti perdite degli ospedali, i costi dei tamponi oppure ancora le cure dei pazienti in cure intense per Covid-19, che si possono aggirare attorno ai 100’000 franchi.

Il ritornello nella discussione è sempre lo stesso: chi coprirà questi costi? La politica e i diversi attori si stanno adoperando per trovare una risposta a questa domanda, la quale si è fatta sempre più pressante con l’aumento dei contagi e le preoccupazioni economiche. Le riserve – tanto dibattute e invise ad alcune cerchie – permetteranno di attutire il colpo sui premi futuri? In che misura Confederazione e cantoni si assumeranno i costi straordinari generati nel sistema sanitario? Non illudiamoci, qualsiasi sia la risposta una cosa è certa: che sia attraverso le imposte o attraverso i premi di cassa malati, alla fine siamo sempre noi cittadini ed assicurati ad essere chiamati alla cassa. Il rischio è quello di un nuovo contraccolpo finanziario per il ceto medio. E senza un intervento urgente e deciso il sistema si spingerà sempre più verso l’insostenibile.

La pandemia non fa che mettere l’accento sull’assoluta necessità di intraprendere riforme. Riforme che dovranno permettere di tenere sotto controllo i costi e porre gli incentivi giusti per mantenere alta la qualità delle cure, evitando al contempo oneri inutili, doppioni e inefficienze che alla fine pesano sulle nostre spalle.

In altre parole, appena rientrata l’emergenza sanitaria, la discussione politica dovrà spostarsi dal tema di chi paga i costi generati – in cui si inserisce tra l’altro anche l’iniziativa del partito socialista che chiede un tetto massimo ai premi delle casse malati (e non ai costi del sistema sanitario!) – alle soluzioni di come limitare questi stessi costi. Il margine per sottrarsi a questo dibattito è ormai esiguo: occorre avere il coraggio di prendere decisioni incisive, come ad esempio sul finanziamento uniforme tra le cure ambulatoriali e stazionarie, attualmente dibattuto nella Berna federale. Urge pure trovare soluzioni concrete per ridurre i prezzi dei medicamenti, un capitolo tuttora costoso e ingiustificato che spinge al rialzo i premi delle casse malati.

Il Covid-19 ci ha mostrato come l’equilibrio e gli interessi nel mondo della sanità siano diversi, spesso contrapposti e molto sensibili ai costi. Ora è tempo di riforme affinché nessuno – né l’industria farmaceutica, né medici, né ospedali – abbia interesse a servirsi liberamente alla tavola imbandita. Perché questa viene apparecchiata con i nostri premi, la cui crescita va urgentemente interrotta.

 

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I costi della salute crescono a dosi tutt’altro che omeopatiche

Negli ultimi 20 anni i costi della salute per noi assicurati sono più che raddoppiati: se nel 1996 il premio medio mensile in Svizzera era di 128 franchi, nel 2017 questo superava i 300 franchi. Da quanto si è letto e sentito di recente, per l’anno prossimo la pillola potrebbe essere un po’ meno amara del solito, ma a medio termine il problema dell’aumento dei costi resta.

Se scorporiamo la spesa complessiva notiamo che le principali quattro voci di spesa riguardano i medici (quasi un quarto), i soggiorni in ospedale (20%), le prestazioni ambulatoriali negli ospedali (14%) e i medicamenti, che concorrono con il 21,2% al totale dei costi della sanità. Questa percentuale non è di poco conto: più di un quinto dei nostri premi se ne va per i farmaci. Come per le altre voci, è giusto chiedersi se non vi siano possibilità di contenere questo importo, e la risposta è sì. Lo è perché attualmente gli incentivi sono posti in modo tale che praticamente nessun attore del sistema ha l’interesse a ridurre le prestazioni.

Un esempio riguarda i margini di guadagno delle farmacie. Oggi, maggiore è il prezzo del medicamento, maggiore è il margine di chi lo vende. È comprensibile che una farmacia tenda a vendere un farmaco con un prezzo superiore, anche in presenza di uno stesso più conveniente. Giusto per chiarirci: il problema non è il o la farmacista, il problema è l’incentivo che spinge a non comportarsi in modo efficiente. Si tratterebbe in questo caso di modificare il sistema in modo tale da premiare finanziariamente chi propone al cliente – a parità di principio attivo – il medicamento con un costo inferiore.

Ma, più in generale, non si capisce come mai i medicamenti generici – fonte di grandi speranze per il contenimento delle spese e dei premi – in Svizzera costino mediamente il doppio rispetto ai paesi a noi vicini. Già di per sé problematico, l’inadeguatezza del sistema si palesa nel fatto che sul mercato siano a disposizione medicamenti contenenti lo stesso principio attivo ma con prezzi tutt’altro che simili. Ma le assicurazioni malattia sono per legge costrette a pagare – e a rifatturarci sotto forma di premi – anche i medicamenti più costosi malgrado la disponibilità di farmaci identici a prezzi (spesso di gran lunga) inferiori.

Di queste inefficienze pare essersi accorto anche il Consiglio federale, il quale propone di introdurre dei prezzi massimi di riferimento per i medicamenti il cui brevetto è scaduto. Questo porterebbe a fissare dei prezzi massimi, oltre i quali gli assicuratori malattia non rimborsano l’importo del medicamento.

C’è ancora una misura, forse più delicata alle nostre latitudini, che mi sembra interessante citare. Il paziente attento al risparmio che va a comprare i medicamenti oltre confine, oggi ci perde. Le assicurazioni di base, infatti, non possono (per legge!) rimborsare i medicamenti acquistati all’estero, malgrado questi costino spesso molto meno. E ciò a chiaro beneficio dell’industria farmaceutica.

Aprendo la possibilità ai pazienti di essere rimborsati anche per i medicamenti acquistati oltre confine, come proposto da Mister Prezzi, si indurrebbe un doppio vantaggio per il portafoglio del cittadino: da una parte si ridurrebbe direttamente l’importo di partecipazione ai costi per il paziente (spesso del 10%), mentre sul lungo termine è lecito attendersi che i prezzi dei farmaci applicati in Svizzera si allineerebbero a quelli dei Paesi confinanti. L’idea non è infatti quella di promuovere il turismo degli acquisti, ma piuttosto quella di fare un po’ di pressione sui prezzi dei farmaci in Svizzera che non sono giustificabili.

Insomma, le possibilità non mancano. Invece di grandi proclami elettorali è necessario intervenire concretamente. Altrimenti a perderci saremo tutti noi.

 

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Atti parlamentari

Orari di apertura prolungati per studiare nelle Biblioteche cantonali – Mozione

  1. PREMESSA

La Carta delle biblioteche svizzere (2010) sostiene che “nella società dell’informazione le biblioteche svolgono un ruolo di primaria importanza, al fine di rendere accessibili alle differenti fasce di utenti le informazioni in tutte le loro forme di pubblicazione; provvedere, mediante la loro messa in rete, all’approvvigionamento bibliotecario di base dell’intera popolazione; mettere a disposizione in modo capillare le risorse elettroniche di informazione; contribuire a superare il ritardo nella fruizione del digitale; conservare nel tempo il sapere e il patrimonio culturale”.

Nelle strutture cantonali, oltre agli utenti che usufruiscono del servizio di prestiti offerto dal Sistema Bibliotecario Ticinese, spesso e volentieri vi si recano studenti liceali, della Scuola Cantonale di Commercio e una folta schiera di universitari ticinesi che frequentano gli atenei d’Oltralpe che si ritrovano per portarsi avanti con ricerche, tesi di vario tipo, per preparare gli esami o semplicemente ripassare. A mente dei firmatari le biblioteche sono da considerare come delle vere e proprie “case della cultura e dello studio”, per cui il nostro Cantone non fa eccezione.

 

  1. ISTORIATO

Con mozione del 12 marzo 2012 il deputato Paolo Pagnamenta e cofirmatari chiedevano al Consiglio di Stato di intraprendere delle misure concrete al fine di rendere gli orari d’apertura delle biblioteche cantonali più flessibili. Già sette anni fa si metteva in risalto come “gli orari di apertura delle biblioteche cantonali di Bellinzona, Locarno, Lugano e Mendrisio non soddisfano sufficientemente le esigenze degli utenti, in particolare degli studenti, per i quali questi istituti non rappresentano soltanto un luogo di consultazione e prestito di libri, ma anche un ritrovo dedicato allo studio ed alla riflessione”.[1]

Nella risposta del Consiglio di Stato, lo stesso Governo affermava che gli orari di apertura delle quattro biblioteche cantonali sono disomogenei e andranno armonizzati.[2]A distanza di sette anni abbiamo notato un’armonizzazione sull’arco dell’anno scolastico, ma soprattutto un incredibile miglioramento a Mendrisio grazie all’apertura de La Filanda, che ha aumentato la fruibilità di questa Biblioteca cantonale di ben 49 ore.

Nella tabella seguente vengono presi in considerazione gli orari d’apertura attuali delle quattro biblioteche cantonali.

 

Lunedì Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato Domenica
Bellinzona (58 ore) 9-21 8.30-19 8.30-19 8.30-19 8.30-19 9-13 chiuso + 14 ore
Locarno (44 ore) chiuso 9-19 9-19 9-19 9-19 9-13 chiuso + 12 ore
Lugano (50.5 ore) 13-18.30 9-18.30 9-18.30 9-18.30 9-18.30 9-16 chiuso =
Mendrisio (84 ore) 9-21 9-21 9-21 9-21 9-21 9-21 9-21 + 49 ore

Riteniamo però che per quanto riguarda il fine settimana, giorni in cui la maggior parte di studenti universitari rientra in Ticino, si possa e si debba fare di più, nell’interesse dei giovani stessi ma anche – non meno importante – per permettere loro di rientrare in Ticino. Ciò contribuirebbe infatti a mantenere un legame forte con il proprio Cantone in vista di un futuro rientro, con lo scopo di ridurre la fuga dei cerveli che non tornano più del tutto.

 

  1. LIBERO ACCESSO NEL FINE SETTIMANA

La situazione di Mendrisio mostra una chiara volontà di andare incontro alle esigenze della popolazione, permettendo a studenti e utenti del sistema bibliotecario ticinese di accedere anche la domenica, e pure con una fascia di apertura adeguata. Sarebbe chiaramente auspicabile che simili condizioni vengano estese a tutto il Cantone.

Già nel 2012 per quanto riguarda il libero accesso alla domenica, l’esecutivo cantonale affermava che “è impensabile aprire una biblioteca senza la presenza di personale formato, capace di consigliare l’utenza, conoscitore di quanto la biblioteca può offrire, come è impensabile aprire una biblioteca escludendo il prestito”.[3]

In Svizzera interna oltre ad essere stato pensato già diversi decenni fa ciò non crea il minimo problema, e l’accesso domenicale è permesso con regole differenti: ad esempio lasciando accedere alle sale della biblioteca solo chi è in possesso della carta studenti (nel caso di alcuni atenei) senza fornire alcun servizio di prestito o informazioni specialistiche, assistenza alla ricerca o supporto in caso di problemi con le attrezzature (questo anche per quanto riguarda biblioteche non universitarie).

Ancora recentemente in un’intervista apparsa sul Corriere del Ticino di sabato 13 luglio 2019, il direttore delle Biblioteche cantonali Stefano Vassere evidenziava come la mancanza di personale incida pesantemente sulla disponibilità degli orari di apertura. Tuttavia, se il concetto di biblioteca fosse ampliato a “casa della cultura e dello studio” ci accorgeremmo che la maggior disponibilità di spazi delle biblioteche potrebbe esulare dalla presenza di personale altamente qualificato, soddisfando le esigenze di entrambe le parti coinvolte, studenti e impiegati, e contenendo pure notevolmente i costi.

 

  1. ORARI D’APERTURA DURANTE LE VACANZE SCOLASTICHE

Nel medesimo articolo venivano inoltre segnalate delle chiusure, anche prolungate, definite piuttosto frustranti per chi necessita di accedervi per fare ricerca, preparare dei lavori accademici oppure per semplice interesse personale.

La situazione della Biblioteca cantonale di Bellinzona necessita anche particolare attenzione; come riportato dal Corriere del Ticino “la biblioteca cade vittima di orari a volte scomodi e chiusure frustranti che contrastano questo principio [il libero accesso] fondante. Da sempre gli orari dipendono dal personale, che costituisce una lotta infinita, e questo in parte è la causa delle ore di lavoro particolari. Il prestito e l’apertura della sala consultazione e della piazza non coincidono; il primo apre alle 10 fino alle 19 dal martedì al venerdì e soltanto alle 17 il lunedì, che corrisponde anche con l’apertura delle sale al secondo e terzo piano, limitando enormemente gli spazi per lo studio.[4]

Riteniamo quindi che una riflessione in tal senso sia opportuna al fine di permettere una maggiore flessibilità degli orari di apertura e chiusura delle biblioteche cantonali.

 

Fatte queste considerazioni, i sottoscritti firmatari chiedono al Consiglio di Stato di:

  1. Estendere durante tutto l’anno scolastico gli orari di apertura nel fine settimana, con un’apertura ragionevole il sabato e la domenica, sull’esempio di Mendrisio;
  2. Estendere gli orari di apertura degli spazi di studio nelle biblioteche cantonali anche durante la settimana nel periodo di preparazione agli esami universitari (dicembre e gennaio rispettivamente maggio e giugno);
  3. Prevedere degli orari d’apertura più flessibili durante le vacanze scolastiche, in particolare quelle estive;
  4. Elaborare un programma di volontariato con lo scopo di garantire un libero accesso agli spazi di studio delle biblioteche cantonali.

 

[1] Mozione 887.

[2] Messaggio 6701, p. 3.

[3] Messaggio 6701, p. 4.

[4] Corriere del Ticino, 13 luglio 2019, p. 10.

 

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Atti parlamentari

Facciamo il… punto 5G! – Interrogazione

Molti Paesi hanno riconosciuto l’importanza della tecnologia 5G come motore di innovazione. L’introduzione è in pieno svolgimento all’estero. Sfortunatamente, la Svizzera è in ritardo. Un recente studio ha indicato come unicamente nel nostro Paese, fino al 2030, il 5G permetterà la creazione di 137 mila impieghi e un aumento del valore della produzione annua fino a 42,4 miliardi di franchi.

Molti paesi hanno riconosciuto l’importanza della tecnologia 5G come motore di innovazione. L’introduzione è in pieno svolgimento all’estero. Sfortunatamente, la Svizzera è in ritardo. Un recente studio ha indicato come unicamente nel nostro Paese, fino al 2030, il 5G permetterà la creazione di 137 mila impieghi e un aumento del valore della produzione annua fino a 42,4 miliardi di franchi. Secondo lo studio promosso dall’Associazione svizzera delle telecomunicazioni (asut) si attendono anche degli impulsi importanti nei settori della mobilità e dell’energia, ma non solo.

Grazie al 5G si aprono nuove opportunità. Per la società in cui viviamo. Per l’economia. Per tutta la Svizzera. Per il PLR è importante avere delle visioni a medio-lungo termine: il progresso è la linfa naturale che ha portato il nostro Paese ad essere i modello di successo che oggi conosciamo.

Il campo d’applicazione potenziale del 5G, la tecnologia di telefonia mobile ad alta velocità, è enorme e copre una vasta gamma di ambiti: mobilità, turismo, sanità, formazione o vendita al dettaglio, solo per citarne alcuni. I volumi di dati gestibili si moltiplicheranno, mentre i tempi di latenza diminuiranno drasticamente. Inoltre, una rete nazionale 5G crea possibilità completamente nuove per un approvvigionamento qualitativo nelle zone periferiche. Ad esempio, le operazioni di salvataggio sono un’applicazione importante: grazie al 5G, una diagnosi dettagliata può essere effettuata in loco o durante il trasporto di emergenza e le condizioni del paziente possono essere monitorate in tempo reale dall’ospedale. Questo può far risparmiare molto tempo, specialmente in caso di incidenti gravi, infarti o ictus nelle zone periferiche.

La Commissione federale delle comunicazioni ha quindi recentemente attribuito agli operatori Swisscom, Salt e Sunrise le nuove frequenze di telefonia mobile 5G. Le nuove frequenze costituiscono le basi per lo sviluppo del 5G e sono state attribuite per 15 anni, in modo da consentire lo sviluppo delle reti a lungo termine.

In alcuni cantoni si è tuttavia reagito con scetticismo: Vaud, Giura e Ginevra hanno deciso di congelare i dossier relativi alle antenne 5G. Prossimamente la questione sarà discussa anche dai parlamenti cantonali di Berna, San Gallo e Svitto. E anche in Ticino vi è stato un verso conservatore: a chiedere una moratoria per le antenne 5G in Ticino è una mozione del PPD. Da quanto ci risulta, le moratorie cantonali sono illecite: in base alla legge, in questo ambito la competenza legislativa globale è della Confederazione.

La digitalizzazione è impensabile senza un’efficiente infrastruttura di telefonia mobile. Per tenere il passo con lo sviluppo tecnologico e sfruttare il potenziale della digitalizzazione, l’introduzione della tecnologia 5G in Svizzera è quindi fondamentale.

Allo scopo di valutare e dare una risposta alle possibili preoccupazioni dei cittadini, con la presente sottoponiamo le seguenti domande al lodevole Consiglio di Stato:

  1. Condivide che la competenza legislativa globale è di responsabilità della Confederazione? Qual è quindi il margine di manovra del Canton Ticino?
  2. Come intende muoversi per rassicurare la popolazione su presunti e quantomeno irrazionali spauracchi promossi sia internazionalmente che sul nostro territorio?
  3. Come valuta il potenziale della tecnologia 5G, la tecnologia di telefonia mobile ad alta velocità? Dove si intravvedono potenziali campi d’applicazione della nuova tecnologia nel nostro Cantone?
  4. Ritiene che la tecnologia 5G sia complementare alla posa della fibra ottica? Quali sono le risultanze dei lavori relativi al Piano strategico per la banda ultralarga in Ticino?

Per il Gruppo PLR in Gran Consiglio

 

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«Forza 4» – La Domenica del Corriere in 30 minuti

Temi seconda parte: Educazione sessuale e sicurezza

Ospiti: Maurizio Agustoni (PPD), Michele Guerra (Lega), Fabio Käppeli (PLR), Siro Petruzzella (MPS).

Testo tratto da Teleticino.ch.

 

Guarda la trasmissione.

 

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Il buco nero non esiste: nemmeno nella sanità

Chi fa regolarmente il bucato lo sa bene: manca sempre un calzino e non si capisce dove sia finito, quasi ci fosse un buco nero che inghiottisce i panni. La stessa percezione la si potrebbe avere con i costi della sanità, che sembrano inghiottire i budget pubblici e privati. In crescita costante da decenni, i premi delle assicurazioni malattia pesano sulle spalle degli assicurati, che troppo raramente si chiedono quali siano i veri motivi dell’aumento dei costi. Come ovviamente non è il caso per la lavatrice, nemmeno il sistema sanitario ha un “buco nero” e tutti i premi versati vanno a coprire i costi delle prestazioni mediche.

Tra queste, un fattore di costo importante è costituito dai farmaci. I costi per i medicinali ammontano in Svizzera a circa sette miliardi di franchi all’anno; come per le altre voci, la tendenza è in crescita. I prezzi dei medicinali in Svizzera sono inoltre nettamente più elevati che all’estero. L’ambizione politica di contenere l’aumento dei costi della sanità passa dunque anche dalle misure in questo ambito. A tal fine vi sono almeno quattro approcci possibili, alcuni dei quali già lanciati a livello federale.

Primo, nella consultazione conclusasi a metà dicembre, il Consiglio federale ha proposto, nell’ambito di un pacchetto di misure volte a contenere i costi del sistema sanitario, un sistema di “prezzi massimi di riferimento” per i medicamenti a brevetto scaduto. Solo questo importo sarebbe poi riconosciuto dall’assicurazione malattia. Ciò porrebbe le case farmaceutiche un po’ sotto pressione al momento di fissare i prezzi. Secondo, è in discussione a Berna un’iniziativa parlamentare per la quale il diritto di ricorso contro il prezzo dei medicamenti fissato dall’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) debba essere esteso anche alle associazioni dei consumatori e dei pazienti e alle assicurazioni malattia. Questo diritto oggi è, assurdamente, concesso solo alle ditte farmaceutiche, ciò che inevitabilmente spinge i prezzi verso l’alto. Terzo, è necessario da parte dell’UFSP un riesame dei prezzi annuale e non solo ogni tre anni come è il caso attualmente. E non da ultimo, quale quarto punto, è necessario che le assicurazioni malattia abbiano il diritto – oggi non concesso dalla legge – di rimborsare anche i medicinali acquistati all’estero. Ciò non per favorire il turismo degli acquisti oltre frontiera, bensì per aumentare la pressione sugli attori che fissano i prezzi dei medicinali in Svizzera, che oggi possono risultare davvero assurdi se confrontati ai prezzi nel resto dell’Europa.

L’esempio dei medicinali è emblematico e mostra la sola via che la politica può seguire per contenere le spese della sanità: da una parte occorre concentrarsi sulle cause dell’aumento dei costi e non perdersi in futili dibattiti ideologici; dall’altra è evidente che non c’è un’unica soluzione per risolvere una volta per tutte il problema dell’aumento dei costi. Questo passa invece da una serie di misure che vanno affrontate una alla volta: solo così sarà possibile mettere una pezza al buco nero che, analogamente all’esempio dei calzini, in verità non esiste.