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Nuovi aerei e ricadute occupazione nella Svizzera italiana

I cittadini svizzeri, unici al mondo, il 27 settembre dovranno decidere se le Forze aeree potranno dotarsi di una trentina di nuovi caccia che garantiranno la sicurezza dello spazio aereo nazionale fino al 2060. La grande responsabilità che i referendisti hanno voluto dare al cittadino svizzero non è da sottovalutare.

I temi in votazione a fine mese sono diversi e variegati. Ciò enfatizza la ricerca di visibilità e porta ad evidenziare aspetti che potrebbero distogliere l’attenzione dai quesiti centrali. Il cittadino responsabile cercherà di capire come, senza il nuovo aereo, la protezione dello spazio aereo nazionale risulterà indebolita. I quesiti tecnici sul tipo di velivolo o sulle modalità del suo impiego lasciamole agli esperti. In quest’ottica quando abbiamo votato sulle infrastrutture ferroviarie nessuno ha chiesto che fosse definito il tipo di treni o quali locomotive da scegliere.

Come politico e cittadino sono convinto che si debba porre l’attenzione anche sulle ricadute occupazionali nella Svizzera italiana, le quali non vanno banalizzate, a maggior ragione in un contesto economico come il nostro che soffre maggiormente rispetto al resto della Confederazione. Il Consiglio federale ha richiesto che il fornitore dovrà attuare delle precise misure di compensazione. Questo porterà nella Svizzera italiana 200 milioni di franchi che, trasformati in occupazione, significheranno diverse centinaia di posti di lavoro qualificati. Inoltre, più importante sarà l’acquisizione diretta di nuove tecnologie, tale da permettere alle singole aziende di essere più competitivi nei rispettivi settori. Ciò permetterà di mantenere questi nuovi posti di lavoro anche dopo la fornitura dei nuovi jet. Questa forma di coinvolgimento dell’economia è stata criticata poiché sarebbe una misura di promozione della politica regionale. Dimenticano che la Confederazione ha attuato con successo la politica regionale proprio come forma di solidarietà tra le regioni più e meno ricche. Ben venga quindi che per un investimento importante della Confederazione questo concetto sia stato ripreso e consolidato.

Nessuno nega che un credito da sei miliardi di franchi sia importante. Vanno però messi in relazione con il budget annuo della Confederazione (CHF 70 miliardi), in cui l’acquisto di nuovi aerei fa parte delle disponibilità assegnate al Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport che corrisponde, con CHF 5 mia, a ca. il 7% delle spese. Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento non esagerano di certo nell’allocare risorse finanziarie alla difesa nazionale: è sufficiente rilevare che da più di un decennio la Svizzera assegna meno dell’1% del PIL a questo scopo, mentre le altre nazioni europee sono ben oltre il 2%. Difficile, infine, pensare che questo importo – che ricordo sarà spalmato su almeno 30 anni – possa essere decisivo in altri settori della Confederazione, i quali sono valutati dal Parlamento senza che le risorse finanziarie per il nuovo velivolo ne cambino le sorti.

La proposta di acquisto dei nuovi aerei da combattimento è il risultato di un’attenta valutazione ed è peccato che i contrari si siano concentrati su aspetti tecnici per distogliere l’attenzione dal quesito centrale: mantenere una moderna protezione dello spazio aereo nazionale. Il mio sarà dunque un convinto SÌ per il nuovo caccia delle Forze aeree svizzere.

 

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L’omofobia non è un’opinione

Ragazze che amano ragazze. Ragazzi che amano ragazzi. Ragazze e ragazzi che si amano. Che bello, è il primo pensiero. Tuttavia la violenza contro lesbiche, gay e bisessuali è purtroppo ancora molto diffusa, e prima è sempre preceduta da parole cariche di odio, diffamazioni o discriminazioni. Ciò si riflette – nella nostra Svizzera – in un rischio di suicidio da tre a cinque volte superiore a quello degli eterosessuali, senza che ne abbiano alcuna colpa.

La nostra legislazione attuale non protegge le persone LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali e queer) come comunità. Modificando l’articolo 261bis del Codice penale si vogliono ora punire anche le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, oltre a quelle già contemplate riferite all’appartenenza razziale, etnica e religiosa.

Sembra inconcepibile, ma le peggiori affermazioni e discriminazioni verbali oggi non sono perseguibili penalmente. Il nuovo testo di legge va quindi a colmare una grande lacuna che non possiamo più accettare.

Chi già si era battuto contro l’unione domestica registrata di coppie omosessuali ha lanciato con successo referendum, lamentando una restrizione della libertà d’espressione. Si tratta, e non è un caso, della medesima “scusa” usata 25 anni fa per opporsi all’introduzione della norma penale contro il razzismo, proprio quella che oggi si vuole completare. L’applicazione di quella norma è stata ragionevole e dimostra che quei timori così come quelli odierni sono del tutto privi di fondamento.

Odio e discriminazioni contro le persone LGBTIQ non sono accettabili e vanno punite: approviamo con un SÌ la modifica del codice penale e facciamo della società in cui vi un posto migliore.

 

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Da “salviamo” ad “annientiamo” il passo è breve

L’iniziativa “Giù le mani” propone una soluzione apparentemente accattivante che però si scioglie come neve al sole dopo un rapido approfondimento. La gestione delle FFS è infatti regolata da una Legge federale che definisce l’obbligo di questa azienda federale di essere gestita secondo criteri aziendali.

Proporre al Cantone di diventare proprietario e gestore di un’industria ferroviaria non è solo anacronistico, ma anche del tutto fuori luogo. Il Cantone non ha alcuna competenza in merito e non si capisce su quali basi e secondo quali logiche potrebbe assicurare un futuro prospero allo stabilimento industriale. Anzi, il fallimento sarebbe certo, e le conseguenze sui posti di lavoro che si vorrebbe proteggere altrettanto chiare.

Il partner principale per l’auspicato sviluppo di attività industriali nel settore ferroviario in Svizzera sono evidentemente le FFS. Tuttavia, proporre di espropriare lo stabilimento alle FFS per poi creare una società che dovrà trovare nuove forme di collaborazione con le stesse FFS sembra la situazione di colui che dopo aver divorziato chiede alla moglie di convivere.

Diciamo che è piuttosto improbabile poter anche solo sperare che le FFS mantengano il ruolo di principale committente. Quale interesse dovrebbero avere ad attribuire volumi di lavoro ad una struttura che non sarebbe più sotto il proprio controllo?

D’altro canto, il Cantone e la Città di Bellinzona hanno impostato una soluzione che poggia sulla collaborazione virtuosa con le FFS: consapevoli che contrapposizioni, o addirittura imposizioni, non possano rappresentare un approccio vincente per lo sviluppo industriale del nostro Cantone, è stata riconosciuta la bontà del progetto di nuove officine e sono stati approvati i relativi crediti, grazie ai quali l’ente pubblico diverrà proprietario di parte del terreno delle Officine attuali.

La variante scelta di costruire da zero un nuovo stabilimento è quella che fra tutte offre le migliori garanzie a lungo termine. Il modo di gestire i treni per il trasporto delle merci e quindi anche la loro manutenzione è cambiato radicalmente negli ultimi anni. Si tratta di evoluzioni che non cambiano di sussistere, sia che gli iniziativisi scelgano di vederle o meno. Sarà quindi nella manutenzione dei treni destinati al trasporto dei passeggeri che il nuovo stabilimento avrà un ruolo centrale in Svizzera. Qui saranno infatti realizzate le manutenzioni leggere e pesanti, tra le altre, delle flotte TILO e Giruno, i treni che inizieranno a circolare alla fine di quest’anno e che ancora non conosciamo.

Si tratta di una soluzione moderna, che non vuole mantenere in pieno centro Città un’industria pesante, a soli 90 minuti da Zurigo e dalle relative opportunità economiche e innovative, grazie all’insediamento di un parco tecnologico con la sede del Parco nazionale dell’innovazione. È questo il futuro che ci piace, probabilmente uno dei progetti strategici più importanti per l’intero Cantone.

Per perseguire l’obiettivo di mantenere e creare nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto è ora arrivato il momento di votare NO alla superata iniziativa “Giù le mani”, le cui conseguenze sarebbero nefaste. Ciò che 10 anni fa si scriveva “salviamo” oggi si legge “annientiamo”.

 

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La direttiva UE sulle armi e lo spauracchio di Schengen

A molti piace ricordare che la Svizzera è uno stato liberale, vale a dire che da sempre ha garantito, tramite la Costituzione e le leggi, le libertà individuali dei propri cittadini. Ora si vogliono svendere queste garanzie su imposizione dell’UE, togliendo dei diritti senza alcun miglioramento per la sicurezza. Infatti, l’unica motivazione addotta dalle forze politiche che si professano liberali per sostenere la ripresa della restrittiva legislazione europea sulle armi è lo spauracchio dell’uscita da Schengen.

Si ripete che Schengen sarebbe vitale per la Svizzera, cercando soprattutto di dare l’impressione che i vantaggi sussistano solo e unicamente per il nostro Paese. Invece è un fatto: di Schengen approfittano entrambe le parti, in determinati settori l’UE addirittura più della Svizzera. Ad esempio, i dati che le autorità svizzere inseriscono nel sistema di informazione di Schengen sono di qualità molto migliore rispetto a quelle che la Svizzera può richiamare.

La decisione sul mantenimento dell’Accordo è quindi una decisione politica, non giuridica, in cui l’UE ha un chiaro interesse affinché la Svizzera rimanga nello spazio di Schengen. Oltretutto, la tesi secondo la quale entro 90 giorni saremmo fuori dall’accordo non regge: gli accordi prevedono unicamente che entro tale termine le due parti debbano incontrarsi per trovare una soluzione pragmatica. Nulla osta quindi, a poter respingere l’inutile oltre che liberticida inasprimento della legge sulle armi. Inutile perché le misure proposte non contribuiscono minimamente a combattere il terrorismo – l’obiettivo dichiarato della direttiva europea che si è voluta riprendere – e colpiscono invece unicamente i cittadini onesti.

Sappiamo che gli attentati terroristici non avvengono con armi possedute legalmente: infatti le armi a raffica utilizzate ad esempio negli attentati di Parigi sono già oggi proibite, mentre con l’inasprimento si vogliono ora proibire i fucili semiautomatici. E così anche un simbolo svizzero quale è il fucile d’assalto diventa di principio proibito, detenibile solo con una “autorizzazone eccezionale” rispetto al normale permesso d’acquisto odierno. E ciò nonostante le ripetute rassicurazioni in occasione della votazione sull’adesione all’Accordo di Schengen, quando in un libretto esplicativo come quello ricevuto a casa in questi giorni addirittura il Consiglio federale assicurava che il timore di restrizioni incisive nel nostro diritto sulle armi era ingiustificato, e che “chi intenderà acquistare un’arma non dovrà fornire alcuna prova della necessità”.

La questione è quindi così riassunta: senza nemmeno aver provato a dimostrare i vantaggi in termini di sicurezza e di lotta al terrorismo – obiettivi senz’altro legittimi e condivisi da tutti – si vogliono sacrificare dei diritti importanti cari non solo ai tiratori ma a tutto il popolo svizzero. La sicurezza rischia semmai di risentirne, con la burocrazia che aumenterà il numero di poliziotti dietro la scrivania, mentre la legge sulle armi attualmente in vigore è già sufficiente per combattere gli abusi.

Una simile imposizione dell’UE non giustifica in alcun modo una riduzione dellanostra libertà individuale: per salvaguardare i nostri diritti si impone un chiaro NO il prossimo 19 maggio!

 

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«Votazioni» — Ospite a Linea Rossa

Fra due settimane siamo chiamati alle urne, è quindi l’occasione giusta per parlare del rapporto dei giovani con la politica. Infatti solo un terzo dei giovani svizzeri esercita il proprio diritto di voto.

Ma la colpa è unicamente dei giovani? Quali le cause di questo disinteresse? Cosa sì può fare per avvicinare le nuove generazioni al voto?

Per rispondere a queste domande Mikel ha incontrato Lara Tarantolo, portavoce di easyvote, che dal 2007 si impegna ad aumentare la partecipazione giovanile al voto.

Ospite in studio Fabio Käppeli, giovanissimo politico, membro del Gran Consiglio.

Testo tratto da Rsi.ch.

 

Guarda la trasmissione.

 

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Sperimentiamo ora per migliorare la scuola di domani

È naturale che la scuola dell’obbligo faccia discutere e, soprattutto, che non faccia l’unanimità. Probabilmente non ha eguali nel rivestire così tanta importanza: accoglie i nostri giovani in tenera età, con i loro sogni e le loro paure, e li accompagna fino all’adolescenza e oltre, preparandoli al “mondo degli adulti”. Si tratta di fasi cruciali anzitutto per la crescita formativa e personale dei cittadini di domani, ma di riflesso per l’intera società.

Su una cosa sono però tutti concordi: la scuola ticinese necessità una riforma per fare dei passi in avanti. Rimane una buona scuola, ma dopo 40 anni senza cambiamenti importanti deve recuperare il passo.

Ogni ragazzo è diverso, e ogni ragazzo ha la sua intelligenza, la sua attitudine, le sue doti e pure i propri ritmi. Il bravo docente deve capire e aiutare ogni allievo a sviluppare le proprie potenzialità, cercando di portarle all’eccellenza. Le donne e gli uomini di scuola consultati ci hanno quindi indicato la necessità di gruppi più omogenei all’interno dei laboratori in terza e quarta media, divisi per competenze affinché l’incontro tra docente e allievo – dove la scuola avviene realmente ogni giorno – possa dare risultati ancora migliori. Questo modello per volontà del Gran Consiglio è quindi divenuto parte integrante della doppia sperimentazione in votazione, per cui dopo tre anni torneremo in Gran Consiglio a discutere sulla base di una valutazione esterna e indipendente, la quale confronterà i due sistemi oltre al sistema attuale.

In attesa della votazione e della conseguente scelta di chi svolgerà l’analisi i criteri non possono già essere definiti, tuttavia non è difficile immaginare che tra quelli centrali vi saranno lecompetenze acquisite, le settimane progetto, il carico di lavoro per i docenti oppure ancora l’alternanza fra laboratori, atelier e ore con la classe intera. Sarebbe certamente utile se alla definizione dei criteri fossero coinvolti anche persone competenti che ora sono contrarie alla sperimentazione. Senza i necessari adattemi legislativi non vi potrà comunque essere alcun automatismo nell’estensione di un progetto di riforma di cui oggi ci limitiamo a votare la fase pilota.

Ad ogni modo quello posto in votazione è un progetto profondamente rivisto rispetto alla prima versione: l’approfondimento in ogni fase della consultazione ha infatti permesso che diversi correttivi fossero già integrati e altre proposte tralasciate. Eppure la quasi totalità delle critiche sono rimaste proprio lì, ad esempio per quanto concerne il passaggio al medio superiore, mentre altre sono proprio inventate, come l’abolizione delle note di cui ancora leggevo nei giorni scorsi su queste pagine.

Per migliorare la nostra scuola bisogna provare oggi le innovazioni necessarie, votiamo SÌ per il futuro del nostro Cantone!

 

Opinione pubblicata sul Corriere del Ticino

 

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Il protezionismo alimentare nuoce ai consumatori

Che si tratti di uova biologiche dell’agricoltore locale o di una bistecca di manzo proveniente dall’Irlanda, i consumatori svizzeri sono in grado di decidere autonomamente cosa acquistare, direttamente dall’azienda agricola o nei negozi.

Nessuno ha bisogno di un diktat alimentare. Le diverse etichette dei prodotti danno già un orientamento e garantiscono una libertà di scelta consapevole.

Con le iniziative sull’agricoltura su cui siamo chiamati ad esprimerci nella votazione del 23 settembre prossimo rischiamo di favorire il turismo degli acquisti, un fenomeno che in Ticino non necessita certo di incentivi.

Infatti, a lungo termine, i Verdi vogliono imporre il loro elevato standard ecologico vietando tutto tutto quanto non sia conforme. Le conseguenze sarebbero disastrose: il turismo degli acquisti e il commercio online su siti esteri aumenterebbero in modo massiccio, poiché i prezzi svizzeri sarebbero troppo elevati e la scelta verrebbe ridotta eccessivamente. Le nostre regioni di confine si ritroverebbero quindi ad affrontare ulteriori problemi, considerato che già oggi paghiamo gli alimenti in media il 70% in più rispetto all’UE. E chissà quanto costerebbe coltivare in modo sostenibile in Svizzera banane, mango e papaya!

Anche solo per questi semplici motivi occorre dire NO al protezionismo alimentare e alle iniziative sull’agricoltura.

 

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«La scuola che verrà» — Dibattito a Democrazia diretta

Dibattito sulla votazione cantonale del 23 settembre 2018.

Ospiti in studio per il SI:

  • Manuele Bertoli, consigliere di stato
  • Anna De Benedetti Conti, pres. Conferenza cantonale dei genitori
  • Fabio Käppeli, granconsigliere PLR
Ospiti in studio per il NO:
  • Piero Marchesi, presidente UDC
  • Sergio Morisoli, granconsigliere LA DESTRA
  • Andrea Giudici, granconsigliere PLR

Conducono Reto Ceschi e Massimiliano Herber.

Testo tratto da Rsi.ch.

Guarda la trasmissione.

 

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«No Billag»: illiberale oltre che anti-Svizzera

Perché dovrebbe essere approvata un’iniziativa così folle, che da un giorno all’altro spazza via oltre che il servizio pubblico radiotelevisivo anche quello privato? È difficile da comprendere poichö proprio una gran parte di chi ha fatto di “prima i nostri” il suo slogan vuole ora svendere la nostra indipendenza lasciando il campo libero a grandi gruppi esteri con ben altri interessi. Infatti anche le emittenti private non riuscirebbero a far fronte alla concorrenza che offrirebbe sport e film a pagamento. Le cosiddette “pay tv”, ma semmai un’emittente straniera si interessasse all’attualità del nostro piccolo Paese, chi sarebbe disposto a pagare anche per un Telegiornale o per Il Quotidiano? Inimmaginabile. La RSI e le altre emittenti SSR portano nelle nostre case e valorizzano attraverso un’infinità di servizi tutte le realtà del nostro Paese, anche quelle più piccole e difficilmente raggiungibili. Sono approfondimenti di valore inestimabile per la nostra coesione nazionale.

La SSR è quindi uno di quei pochi elementi che rendono davvero Svizzera la Svizzera; indispensabile per la nostra democrazia e importante anche a livello economico, grazie alla solidarietà in perfetto stile federale. Infatti in una democrazia semi-diretta come la nostra è fondamentale poter disporre di un’informazione oggettiva. La particolarità della radiotelevisione pubblica sta nel fatto che vi sono chiare regolamentazioni che obbligano la RSI e le sue consorelle ad un’informazione corretta ed equilibrata (in particolare prima di votazioni ed elezioni e a differenza degli organi di informazione privati). Ciò non vuol dire che bisogna essere d’accordo e condividere ogni contenuto, anzi. Proprio perché svolge un servizio pubblico ogni cittadino che sia in disaccordo con i contenuti di un programma può rivolgersi all’organo di mediazione radiotelevisivo ed in seguito adire l’autorità di ricorso indipendente.

Da un punto di vista liberale siamo di fronte ad un equivoco di fondo, poiché il 4 marzo non scegliamo fra un monopolio di stato e la concorrenza perfetta, bensì fra un oligopolio mediatico controllato e uno incontrollato. Una visione liberale della società salvaguarda le condizioni quadro della libera formazione delle opinioni politiche e ripone una grande importanza in un’azienda mediatica indipendente. Contrariamente a Google e Facebook la SSR si assume la responsabilità dei contenuti trasmessi sui suoi canali. La sua struttura di associazione di diritto privato senza scopo di lucro crea la base per la fiducia nelle notizie e nel controllo della loro creazione.

La libertà tanto proclamata dagli iniziativisti minaccia in realtà di diventare la libertà degli altri media e dei loro proprietari di influenzare la formazione delle opinioni della popolazione. E ciò è drammatico, poiché le informazioni sono ciò che ci rendono chi siamo: modellano la nostra comprensione della realtà, la nostra visione del mondo, la nostra immagine di noi stessi, il successo della nostra vita e dei nostri rapporti con le altre persone e con la società che ci circonda.

A livello economico vi è invece un altro grande sostegno alle minoranze linguistiche come la nostra e alle relative regioni. Piuttosto che lamentarsi di non essere ascoltati da Berna, i fautori dell’iniziativa dovrebbero rendersi conto che annualmente 220 milioni del canone arrivano nella nostra regione ma sono pagati oltre Gottardo. Mantengono dipendenti in decine di professioni e con loro migliaia di famiglie, pagano fornitori, tasse, etc. Tutto questo indotto è un motore indispensabile per la Svizzera italiana, io non credo che potremmo rinunciarci.

Non esiste un “sì” o un “no” critico alla SSR o alla RSI. La democrazia diretta è fatta per decidere e non per lanciare segnali. Chiaro è che poi i risultati pesano, ma è solo con un NO che i risparmi e i cambiamenti inevitabili e già annunciati potranno realizzarsi. Un’approvazione in Ticino sarebbe invece devastante per i nostri rapporti con il resto del Paese e per quanto ancora in futuro potremo avere e ottenere dalla Confederazione, non certo solo in ambito mediatico.

 

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Bellinzona e i suoi quartieri guardano avanti

Quasi 130 articoli compongono il Regolamento comunale della nuova Bellinzona, approvato a larghissima maggioranza dal Consiglio comunale quale primo indispensabile tassello in questa fase di avviamento della nuova Città. Infatti l’importanza di un regolamento comunale va ben oltre l’onorario dei Municipali: è il principale strumento di lavoro e pone le fondamenta del Comune, dei suoi principi e del rapporto con la cittadinanza. Penso in particolare alle associazioni di quartiere che attendono di essere costituite e che sono previste proprio per avvicinare le cittadine e i cittadini alle istituzioni e viceversa. Ad essere contestato è invece un unico articolo che nelle ultime settimane ha fatto scorrere fiumi di critiche strumentali e ingiuste all’indirizzo del Municipio. E ciò nonostante mai prima d’ora nel territorio della Città aggregata si sia visto un esecutivo lavorare cosi intensamente, per via delle necessità che questo particolare periodo storico impone.

Un lavoro che inevitabilmente richiede tempo ed energia, obbligando a ridurre la propria attività lavorativa con una conseguente riduzione di stipendio. Dall’esterno non è facile rendersi conto e riconoscere il lavoro che ci sta dietro, ma i membri del Municipio devono dedicare tanto tempo alla funzione, alle riunioni, alla conduzione del proprio dicastero e ai compiti di rappresentanza. Una buona conoscenza e approfondimento dei vari dossier richiede tempo, ma è fondamentale per prendere decisioni ponderate di cui poi porteranno la responsabilità. Non si tratta di aumentare alcuno stipendio, oltretutto senza cassa pensioni, poiché dopo l’aggregazione ci ritroviamo confrontati a una realtà completamente diversa e alle necessità di un Comune di ben altre dimensioni. A questa nuova e più impegnativa realtà sono stati adeguati gli onorari dei municipali, così come contemplato con tanto di importi anche nello studio aggregativo. La buona politica richiede tempo, non è improvvisazione. Per questo motivo invito a votare un SÌ convinto al Regolamento comunale della nuova Città di Bellinzona.