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Quando verrà la Scuola che varrà?

Il dibattito sulla scuola pubblica nell’ultimo periodo ha fatto scorrere litri di inchiostro, e ne farà scorrere ancora in futuro. Cercherò di essere chiaro e conciso: non sono affatto d’accordo con l’evoluzione prevista per il nostro sistema scolastico, in particolare dal progetto „La scuola che verrà“, presentata lo scorso dicembre dall’onorevole Bertoli. In particolare, la proposta prevede una visione unitaria della scuola dell’obbligo, e di conseguenza l’abolizione dei corsi differenziati, oggi erroneamente chiamati „livelli“. Il sistema attuale non è perfetto, ma andare nella direzione proposta da Bertoli significa negare che gli allievi abbiano differenti velocità di apprendimento, volendo al tempo stesso nascondere tutte le normali differenze presenti in ogni classe.

La conseguenza logica sarebbe un ulteriore abbassamento del livello (questo sì!) di insegnamento, senza fornire agli studenti alcuno stimolo per migliorare.

Una differenziazione curricolare e pedagogica in alcune materie è fondamentale e dovrebbe anzi essere maggiore. Nel secondo biennio di scuola Media ci vorrebbero anche più possibilità per gli allievi di personalizzare il proprio percorso formativo. Ciò incentiverebbe lo studente a impegnarsi maggiormente dal profilo scolastico, creando allo stesso tempo una sano e positivo orientamento in vista delle scuole superiori. Sotto questo aspetto il progetto del DECS, che postula l’eliminazione di ogni forma di media numerica per accedere a qualsiasi scuola post obbligatoria, non farebbe altro che aggravare i problemi con i quali sono attualmente confrontati i Licei Cantonali e la Scuola Cantonale di Commercio: un alto tasso di bocciature in prima e seconda. Infatti, la percentuale di non promossi in prima liceo è balzata dal 19% del 2002 al 29% del 2013. Le conseguenze negative sono evidenti: in primo luogo, i ragazzi bocciati al liceo perdono un intero anno scolastico, rimanendo a carico delle famiglie e, non dimentichiamolo, dello Stato.

L’orientamento scolastico dovrebbe incentivare maggiormente i ragazzi a scegliere gli apprendistati e le scuole professionali, settori dove è presente una forte domanda di lavoro. Attualmente c’è la tendenza, erroneamente diffusa tra i giovani, a credere che l’unica strada per raggiungere una buon posto di lavoro siano gli studi, e quindi in prima battuta il liceo. In realtà non è così: quasi la totalità delle facoltà svizzere sono raggiungibili anche mediante l’apprendistato, la maturità professionale e un eventuale corso passerella. A tal proposito, è interessante far notare che il 90% degli studenti che escono dalla SUPSI trova lavoro entro 6 mesi.

È questa la ricchezza del nostro sistema, il quale non chiude alcun percorso formativo e permette ai giovani di acquisire esperienze professionali (le più richieste nel mondo del lavoro) già in giovane età.
In definitiva spero che durante la prossima legislatura si cambi rotta in modo drastico e deciso. Probabilmente mi illudo, ma auspico che il futuro della scuola ticinese veda un orientamento pragmatico, più possibilità di scelta e una maggiore differenziazione, visto il già forte fattore integrativo. Bisogna agire oggi pensando al domani, perché la scuola merita proposte migliori.

La Scuola che vale non è quella che obbligherà le famiglie ad iscrivere i figli alle scuole private per poter avere una formazione di qualità.

 

Articolo apparso sul Corriere del Ticino.