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«Il Municipale Fabio Käppeli eletto nel comitato della Conferenza dei direttori delle finanze delle città svizzere» — Comunicato stampa

L’Assemblea della Conferenza dei direttori delle finanze delle città svizzere (CDFC) che si è tenuta venerdì 12 maggio scorso a Berna, è stata l’occasione per un profondo rinnovamento del suo comitato. Oltre alla presidenza affidata alla direttrice delle finanze di Lucerna Franziska Bitzi, è stato eletto il capo del Dicastero finanze, economia e sport della città di Bellinzona Fabio Käppeli.

Il municipale di Bellinzona entra in comitato insieme ai suoi omologhi Maria Pappa, Sindaca di San Gallo, e Kaspar Bopp, Winterthur, mentre rimane nella funzione di Vice Presidente Daniel Leupi, direttore delle finanze della città di Zurigo, che ha assicurato la presidenza ad interim nell’ultimo periodo.

Fondata nell’agosto del 2014, la CDFC è una sezione dell’Unione delle città svizzera (UCS). Oggi essa conta 38 membri e si impegna a favore di una politica finanziaria e fiscale stabile e prevedibile nell’interesse delle città e dei comuni urbani, nella loro veste di locomotive economiche del Paese. Tenuto conto dell’importanza economica e sociale delle città, la CDFC si esprime sulle questioni importanti di politica finanziaria e fiscale a livello federale e dei cantoni.

 

www.bellinzona.ch

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Un nuovo impulso all’estensione della rete 5G

Il consumo di dati nella quarta rivoluzione industriale è ormai oltre 120 volte quello di soli 10 anni fa. Ad esempio nel 2019 il volume di dati sulla rete mobile è salito a 141’000 Gbit al giorno, vale a dire il 29% in più rispetto all’anno precedente, mentre la capacità della rete stenta a tenere il passo e nello stesso anno è cresciuta solo del 5%.

Senza uno sviluppo più convinto della rete incombe la minaccia di una congestione del traffico di dati già nei prossimi anni, e per garantire un’elevata larghezza di banda in modo diffuso sul territorio il 5G risulta essere imprescindibile. Purtroppo quest’espansione è ancora bloccata, ed è soprattutto chiaro che il nostro Cantone non sarà in prima fila in questo sviluppo.

Tuttavia la scorsa settimana è arrivato un nuovo impulso all’estensione della rete 5G. L’Ufficio federale dell’ambiente ha infatti pubblicato un documento volto a chiarire come calcolare le radiazioni emesse dalle antenne destinate alla tecnologia 5G nel rispetto della protezione della popolazione. Si tratta da un lato di uno strumento necessario per rassicurare la popolazione, che dall’altro costituisce però anche una vera e propria pietra miliare nel processo di digitalizzazione.

Sappiamo che per sfruttare appieno la nuova tecnologia occorrono antenne di ultima generazione di tipo adattativo, un sistema che ottimizza la trasmissione convogliandola là dove effettivamente richiesta dai dispositivi mobili. Fino ad oggi mancava uno strumento per misurare la quantità di radiazioni emesse da questo tipo di antenne, che funzionando in modo differente da quelle utilizzate in precedenza richiede un adattamento del metodo di calcolo.

L’autorità federale ha dunque precisato le norme per tali misurazioni, fornendo uno strumento unico per il rilascio delle autorizzazioni alla costruzione di nuovi impianti o al potenziamento di quelli esistenti. Grazie a condizioni finalmente chiare Cantone e Comuni potranno misurare con precisione il rispetto dei valori limite, che non cambiano, oltre a monitorarne il funzionamento una volta attive.

Ora si potranno quindi sbloccare le numerose procedure pendenti, le quali dovranno riprendere il loro corso a ritmo sostenuto verso la digitalizzazione del Paese, a beneficio di tutta l’economia e la popolazione.

 

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Atti parlamentari

L’arti e mestieri nel nuovo quartiere Officine a Bellinzona – Mozione

A Bellinzona le riflessioni sui futuri contenuti del comparto Officine sono in corso da tempo. Più di recente è arrivata la proposta di Matteo Mozzini, vicedirettore del Centro professionale tecnico (CPT) comprendente la Scuola d’arti e mestieri (SAM), la Scuola professionale artigianale e industriale (SPAI) e la Scuola specializzata superiore di tecnica (SSST), di spostare nel nuovo quartiere Officine l’istituto attualmente situato nel comparto di via Tatti.

Nel nuovo quartiere Officine è prevista la sede ticinese dello Swiss Innovation Park e del Tecnopolo Ticino, un luogo privilegiato in cui far collaborare tra loro aziende, ricerca privata e pubblica e formazione. Non sorprende quindi che la SUPSI abbia da tempo manifestato il proprio interesse per il progetto, vista la sua specificità formativa e di ricerca in ambito tecnologico, e considerata pure la carenza di spazi nel nuovo Campus di Viganello che impone la ricerca di nuovi luoghi in cui sviluppare la propria attività.

Una simile prospettiva offre l’opportunità di creare, accanto al parco dell’innovazione, un autentico polo formativo in ambito tecnologico, integrando nel progetto anche un caposaldo storico della formazione tecnica del nostro Cantone: la Scuola d’arti e mestieri di Bellinzona, il cui percorso formativo potrebbe essere così ulteriormente valorizzato. La vocazione di questa scuola è quella di fornire un’estesa e approfondita formazione tecnica, scientifica e umanistica ai propri studenti, garantendo al Dipartimento delle tecnologie innovative della SUPSI e alla stessa SSST, con i quali condivide i settori d’attività della meccanica, dell’elettronica e della produzione industriale, un bacino privilegiato cui attingere gli ingegneri del futuro

Non occorre una particolare conoscenza o analisi dell’ambito formativo per comprendere gli innumerevoli vantaggi che scaturirebbero da una convergenza dei due istituti scolastici così profondamente legati e interdipendenti tra loro. Un avvicinamento fisico di queste due eccellenze formative permetterebbe una collaborazione più stretta ed efficace nell’ambito delle aree disciplinari di comune interesse, condividendo e sfruttando al meglio le risorse umane, logistiche e finanziarie a disposizione.

Così facendo gli studenti dell’arti e mestieri e della SUPSI potrebbero collaborare su progetti innovativi, realizzando nei laboratori della formazione di base ciò che viene immaginato e sviluppato nella formazione superiore o nelle aziende presenti sullo stesso sedime. Il transfer di conoscenze, così come l’aggiornamento tecnologico, sarebbero assicurati dalla condivisione del capitale umano, ovvero da quei tecnici e ingegneri che a seconda delle necessità vestirebbero i panni di ricercatore, docente di teoria o insegnante di attività pratica.

Interpellato sul tema, il direttore della SUPSI Franco Gervasoni ha anzitutto confermato la necessità di ulteriori spazi, ritenuto che il nuovo Campus è già tutto occupato tanto da aver dovuto prendere in affitto altri quattro piani in un vicino stabile. Ha pure dichiarato che è da salutare positivamente ogni collaborazione fra le scuole professionali e la SUPSI in tutti gli ambiti, precisando che questa deve avvenire indipendentemente dalla prossimità logistica, nell’interesse degli studenti e di tutto il sistema formativo: “la vicinanza logistica favorisce indubbiamente la collaborazione, perciò ben vengano proposte in tal senso. Tuttavia la collaborazione c’è e si rafforza se lo si vuole veramente”.

Riguardo il quartiere Officine Gervasoni ha confermato che la SUPSI ha trasmesso le proprie valutazioni al Cantone, aggiungendo che “vediamo la possibilità di sviluppare a Bellinzona alcune nostre attività, prospettando una sinergia con gli ambiti di attività del Parco svizzero dell’innovazione a noi più vicini, quello della ricerca in primis. Si potrebbero integrare i laboratori gestiti da nostri istituti e i centri di competenza interessati a insediarsi”.

Ma i vantaggi della proposta andrebbero oltre la logica puramente formativa, perché lo spostamento dell’arti e mestieri nel nuovo quartiere delle Officine libererebbe degli spazi molto interessanti per i servizi del cantone. In effetti, l’attuale sede della Scuola si trova inserita nel comparto Tatti che il semi-svincolo autostradale trasformerà nella Porta di Bellinzona.

Si potrebbero così creare due comparti ben definiti: quello Tatti, votato all’amministrazione cantonale e ai servizi di importanza regionale, razionalmente ubicato alle porte della capitale per essere facilmente e rapidamente raggiungibile dalla cittadinanza; quello Officine, incentrato sull’innovazione e la tecnologia, la cui valenza sovra-cantonale lo situa logicamente a ridosso della stazione ferroviaria, ottimamente collegata al resto della Svizzera. Inoltre, in questo modo si manterrebbe ancor di più la destinazione del comparto legata alla tecnica e all’innovazione, presente sin da quando le Ferrovie federali insediarono in quell’area le Officine.

Le autorità cantonali e comunali si sono sin qui dimostrate abili e lungimiranti nel portare a Bellinzona una sede del Parco dell’innovazione e saranno altrettanto capaci e avvedute nel garantire gli spazi necessari al suo sviluppo futuro e definire le attività pertinenti da affiancargli. In questo senso, e a ben guardare, occorre puntare su innovazione e tecnologia trasferendo nel quartiere Officine la scuola professionale attiva in questo ambito, piuttosto di inserirvi stabili amministrativi (siano cantonali o comunali) che potrebbero invece trovare spazio proprio nel sedime oggi occupato dal CPT, all’interno di un comparto a chiara vocazione amministrativa.

 

Alla luce di queste considerazioni, con la presente mozione si chiede al Consiglio di Stato di programmare il raggruppamento di attività formative a carattere tecnologico attorno allo Swiss Innovation Park e al Tecnopolo Ticino, pianificando nel nuovo Quartiere Officine:

  • il trasferimento del Centro professionale tecnico di Bellinzona,
  • l’espansione del Dipartimento delle tecnologie innovative della SUPSI.

 

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«Tedesco: cercansi insegnanti» — Dibattito a Modem

Die, der oder das…? Su la mano chi non è si è mai dovuto confrontare con questo angosciante rompicapo. Eh sì, il tedesco è una lingua ostica e al sud delle Alpi nei prossimi anni rischia di diventarlo ancor di più, visto che mancano docenti formati e che questa carenza, a detta delle stesse autorità scolastiche, potrebbe portare ad un calo della qualità dell’insegnamento. Il problema non è nuovo ma sta attraversando una delle sue stagioni più complesse. Le cifre parlano chiaro: per i prossimi anni ci sarà bisogno di circa 50 nuovi insegnanti di tedesco, ripartiti tra le scuole medie e le scuole superiori.

Iniziata ormai da tempo, una specifica campagna di reclutamento non ha finora dato i risultati sperati e ora si cerca di correre ai ripari proponendo una specifica formazione a docenti che oggi insegnano alle scuole elementari. Il futuro prossimo appare dunque a tinte fosche per questo ambito formativo fondamentale, il tedesco è la lingua maggioritaria nel nostro Paese e ad essa è legata a filo doppio la possibilità di trovare buoni posti di lavoro, al di qua e al di là delle Alpi.

Cosa si sta facendo e si pensa di fare nel prossimo futuro per risolvere questo problema? Come mai il ragazzo o la ragazza ticinese fatica ad appassionarsi per questa lingua, insegnata a partire dalla seconda media? E perché è difficile se non impossibile convincere docenti svizzero tedeschi formati ad accettare un posto di lavoro in una delle sedi scolastiche ticinesi?

Queste alcune delle domande che poniamo ai nostri ospiti:

Manuele Bertoli, responsabile del Dipartimento Educazione, cultura e sport;

Fabio Käppeli, gran consigliere PLR, primo co-firmatario di un’iniziativa; parlamentare che chiede di anticipare l’insegnamento del tedesco già alle scuole elementari;

Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI;

Marisa Rossi, docente di tedesco al Liceo Lugano 2

Testo tratto da Rsi.ch.

 

Ascolta la trasmissione.

 

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Il Coronavirus anticiperà i tempi delle riforme?

Da quasi un anno il coronavirus è sulla bocca di tutti e domina la nostra quotidianità, come pure le pagine dei media. Quale fil rouge si è protratta la discussione sui costi legati alla pandemia, siano essi di natura economica o direttamente legati al sistema sanitario: le ingenti perdite degli ospedali, i costi dei tamponi oppure ancora le cure dei pazienti in cure intense per Covid-19, che si possono aggirare attorno ai 100’000 franchi.

Il ritornello nella discussione è sempre lo stesso: chi coprirà questi costi? La politica e i diversi attori si stanno adoperando per trovare una risposta a questa domanda, la quale si è fatta sempre più pressante con l’aumento dei contagi e le preoccupazioni economiche. Le riserve – tanto dibattute e invise ad alcune cerchie – permetteranno di attutire il colpo sui premi futuri? In che misura Confederazione e cantoni si assumeranno i costi straordinari generati nel sistema sanitario? Non illudiamoci, qualsiasi sia la risposta una cosa è certa: che sia attraverso le imposte o attraverso i premi di cassa malati, alla fine siamo sempre noi cittadini ed assicurati ad essere chiamati alla cassa. Il rischio è quello di un nuovo contraccolpo finanziario per il ceto medio. E senza un intervento urgente e deciso il sistema si spingerà sempre più verso l’insostenibile.

La pandemia non fa che mettere l’accento sull’assoluta necessità di intraprendere riforme. Riforme che dovranno permettere di tenere sotto controllo i costi e porre gli incentivi giusti per mantenere alta la qualità delle cure, evitando al contempo oneri inutili, doppioni e inefficienze che alla fine pesano sulle nostre spalle.

In altre parole, appena rientrata l’emergenza sanitaria, la discussione politica dovrà spostarsi dal tema di chi paga i costi generati – in cui si inserisce tra l’altro anche l’iniziativa del partito socialista che chiede un tetto massimo ai premi delle casse malati (e non ai costi del sistema sanitario!) – alle soluzioni di come limitare questi stessi costi. Il margine per sottrarsi a questo dibattito è ormai esiguo: occorre avere il coraggio di prendere decisioni incisive, come ad esempio sul finanziamento uniforme tra le cure ambulatoriali e stazionarie, attualmente dibattuto nella Berna federale. Urge pure trovare soluzioni concrete per ridurre i prezzi dei medicamenti, un capitolo tuttora costoso e ingiustificato che spinge al rialzo i premi delle casse malati.

Il Covid-19 ci ha mostrato come l’equilibrio e gli interessi nel mondo della sanità siano diversi, spesso contrapposti e molto sensibili ai costi. Ora è tempo di riforme affinché nessuno – né l’industria farmaceutica, né medici, né ospedali – abbia interesse a servirsi liberamente alla tavola imbandita. Perché questa viene apparecchiata con i nostri premi, la cui crescita va urgentemente interrotta.

 

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Nuovi aerei e ricadute occupazione nella Svizzera italiana

I cittadini svizzeri, unici al mondo, il 27 settembre dovranno decidere se le Forze aeree potranno dotarsi di una trentina di nuovi caccia che garantiranno la sicurezza dello spazio aereo nazionale fino al 2060. La grande responsabilità che i referendisti hanno voluto dare al cittadino svizzero non è da sottovalutare.

I temi in votazione a fine mese sono diversi e variegati. Ciò enfatizza la ricerca di visibilità e porta ad evidenziare aspetti che potrebbero distogliere l’attenzione dai quesiti centrali. Il cittadino responsabile cercherà di capire come, senza il nuovo aereo, la protezione dello spazio aereo nazionale risulterà indebolita. I quesiti tecnici sul tipo di velivolo o sulle modalità del suo impiego lasciamole agli esperti. In quest’ottica quando abbiamo votato sulle infrastrutture ferroviarie nessuno ha chiesto che fosse definito il tipo di treni o quali locomotive da scegliere.

Come politico e cittadino sono convinto che si debba porre l’attenzione anche sulle ricadute occupazionali nella Svizzera italiana, le quali non vanno banalizzate, a maggior ragione in un contesto economico come il nostro che soffre maggiormente rispetto al resto della Confederazione. Il Consiglio federale ha richiesto che il fornitore dovrà attuare delle precise misure di compensazione. Questo porterà nella Svizzera italiana 200 milioni di franchi che, trasformati in occupazione, significheranno diverse centinaia di posti di lavoro qualificati. Inoltre, più importante sarà l’acquisizione diretta di nuove tecnologie, tale da permettere alle singole aziende di essere più competitivi nei rispettivi settori. Ciò permetterà di mantenere questi nuovi posti di lavoro anche dopo la fornitura dei nuovi jet. Questa forma di coinvolgimento dell’economia è stata criticata poiché sarebbe una misura di promozione della politica regionale. Dimenticano che la Confederazione ha attuato con successo la politica regionale proprio come forma di solidarietà tra le regioni più e meno ricche. Ben venga quindi che per un investimento importante della Confederazione questo concetto sia stato ripreso e consolidato.

Nessuno nega che un credito da sei miliardi di franchi sia importante. Vanno però messi in relazione con il budget annuo della Confederazione (CHF 70 miliardi), in cui l’acquisto di nuovi aerei fa parte delle disponibilità assegnate al Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport che corrisponde, con CHF 5 mia, a ca. il 7% delle spese. Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento non esagerano di certo nell’allocare risorse finanziarie alla difesa nazionale: è sufficiente rilevare che da più di un decennio la Svizzera assegna meno dell’1% del PIL a questo scopo, mentre le altre nazioni europee sono ben oltre il 2%. Difficile, infine, pensare che questo importo – che ricordo sarà spalmato su almeno 30 anni – possa essere decisivo in altri settori della Confederazione, i quali sono valutati dal Parlamento senza che le risorse finanziarie per il nuovo velivolo ne cambino le sorti.

La proposta di acquisto dei nuovi aerei da combattimento è il risultato di un’attenta valutazione ed è peccato che i contrari si siano concentrati su aspetti tecnici per distogliere l’attenzione dal quesito centrale: mantenere una moderna protezione dello spazio aereo nazionale. Il mio sarà dunque un convinto SÌ per il nuovo caccia delle Forze aeree svizzere.

 

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Sfide più urgenti post Coronavirus

Negli ultimi mesi l’attualità politica, sociale, economica, culturale e sportiva è stata dominata dalla crisi legata al coronavirus. Appena allentata un po’ la morsa dei contagi, la discussione si è spostata sulla sensibile questione dei costi. Chi paga i tamponi? Chi paga i testi sierologici? Quanto ci costeranno, soprattutto in termini di premi, questi mesi difficili che stiamo vivendo? Una domanda non indifferente, quest’ultima, poiché oltre alla crisi sanitaria il virus ha indotto una crisi economica senza pari, i cui sintomi sono tutt’altro che un raffreddore. Un nuovo e forte aumento dei premi alla fine dell’anno rischierebbe infatti di incidere ancor più sui bilanci di molte economie domestiche, già sotto pressione nella situazione attuale.

A questo riguardo è positivo il fatto che gli assicuratori malattia siano tenuti per legge ad accantonare delle riserve, costituite su diversi anni attraverso un prelievo leggermente maggiore dei premi. Attualmente la somma di queste riserve ammonta a circa 8 miliardi di franchi e corrisponde più o meno a tre mesi di prestazioni sanitarie nell’ambito della LAMal, che in Svizzera superano in un anno i 30 miliardi di franchi (!). Sono pertanto contestualizzabili – e credibili – le affermazioni provenienti dagli assicuratori che promettono che il flagello del coronavirus non sarà alla base di un aumento dei premi l’anno prossimo e che anzi, le casse sarebbero pronte anche per una seconda ondata di contagi. Purtroppo, proprio il tema delle riserve negli scorsi anni è stato all’origine di numerose polemiche – in particolare da noi a sud delle Alpi – poiché secondo alcuni troppo alte e, in definitiva, problematiche. Si tratta di polemiche pericolose perché il ruolo delle riserve gioca in realtà a favore dell’assicurato: garantiscono la solvibilità degli assicuratori malattia e, in casi di eventi straordinari come quello che stiamo vivendo, permettono di attutire il colpo e stabilizzare il sistema, senza dover ricorrere (a questo scopo) ad un aumento dei premi. Insomma, l’obbligo delle riserve è istituito nell’interesse degli assicurati.

Inoltre, puntare il dito contro le riserve distoglie l’attenzione dalle reali cause dell’aumento dei costi, e dunque dei premi. L’aumento di questi ultimi con percentuali sostanziali da diversi anni sta mettendo a dura prova il sistema, la rete sociale dei cantoni e le persone con redditi modesti. La crisi del coronavirus ci può insegnare molto sotto questo aspetto: mentre le riserve ci concedono il tempo per trovare contromisure, la sfida è più che mai quella di trovare l’antidoto per aumentare l’efficienza – senza intaccare la qualità delle prestazioni – nell’ambito delle cure del medico di famiglia, degli specialisti, delle cure ospedaliere, o nel settore dei medicamenti in cui rappresentiamo un’isola dai prezzi alti. I temi della digitalizzazione e della trasparenza dei costi vanno promossi e resi interessanti attraverso incentivi, affinché si possano trovare soluzioni sostenibili. Alcune riforme di politica sanitaria rimangono cruciali, quali il finanziamento uniforme delle prestazioni ambulatoriali e stazionarie (oggi le prime, sempre più in voga, contrariamente alle seconde non sono pagate dai cantoni, e dunque la riduzione dei trattamenti ospedalieri porta al paradossale aumento dei premi), la revisione del tariffario medico, o ancora riforme nell’ambito dei prezzi dei farmaci.

La crisi economica provocata dal coronavirus rafforza ancor più l’urgenza di trovare misure per limitare l’aumento dei costi nella sanità, senza intaccarne la qualità. Negli scorsi anni si è parlato spesso delle riserve delle casse malati. Ora e in futuro concentriamoci su riforme valide che andranno ad agire sui costi della salute, e dunque sui premi. A beneficio di tutti.

 

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«Due chiacchiere con Fabio Käppeli» – Intervista a distanza

“La crisi del Covid-19 ha evidenziato l’importanza della digitalizzazione. Ne parliamo in queste “Due chiacchiere” con il granconsigliere PLRT Fabio Käppeli. Tra scuola, amministrazione pubblica e investimenti strutturali.”

 

 

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La Lex Fogazzaro torna in aula

Il trsistemente noto caso Fogazzaro ha portato alla luce un diplomificio di dimensioni sorprendenti. Un mercato in cui ottenere una maturità liceale rappresenta una via comoda e facilmente accessibile anche alle nostre latitudini.

Per rimediare a una legislazione datata e non sufficiente è sui banchi della Commissione formazione e cultura da oltre un anno una modifica delle norme concernenti l’insegnamento privato. Durante la scorsa seduta, a fronte di un rapporto di maggioranza e ben due di minoranza, il Gran Consiglio ha votato un rinvio in commissione (invero in un momento in cui la presenza in aula non brillava per nulla).

Con le modifiche proposte si vuole evitare che determinate “scuole” continuino a operare sul nostro territorio. Infatti la miglior definizione del regime autorizzativo rappresenta la principale novità: si vuole che le scuole private non parificate, le quali preparano alla maturità con esame svolto all’estero, non siano più autorizzate dal Cantone, a meno che non facciano effettuare ai loro studenti gli esami di maturità in Svizzera.

Le scuole serie non devono invece temere nulla, e riceveranno dallo Stato l’autorizzazione a formare i nostri giovani. Sono altri gli attori che non vogliamo più sul nostro territorio, nell’interesse pubblico e della scuola ticinese, ma soprattutto nell’interesse di chi frequenta queste scuole, e pure nell’interesse stesso delle scuole private, le quali sono le prime a dover volere che le mele marcie non abbiano più a esistere.

L’allievo e la sua famiglia investono tempo, energie e risorse finanziarie in un percorso formativo pluriennale che dovrebbe condurre il giovane all’ottenimento di un titolo ambito, senza disporre tuttavia degli strumenti per poter verificare la validità di tale percorso. Lo stato interverrà quindi quale garante che l’offerta formativa sia effettivamente adeguata all’ottenimento del titolo di studio in questione.

I destinatari di questa modifica legislativa – non dobbiamo dimenticarcelo – sono anche i giovani che faticano sui banchi dei licei pubblici e privati: magari non si capisce il senso di alcuni esami, o si fatica a capire perché bisogna studiare alcune discipline che si immagina non avranno nulla a che vedere con il proprio futuro. Non è facile, ma sappiamo che le scappatoie non pagano. E anche se si trovano, non si potranno trovare sempre anche una volta fuori dal mondo scolastico.

La Commissione formazione e cultura si è subito rimessa al lavoro per non perdere un ulteriore anno scolastico in cui la credibilità di tutto il nostro sistema educativo sarebbe rimasta in discussione. Grazie a un ritrovato dialogo con il Dipartimento, oltre che con una delle minoranze, si è potuti tornare in aula già nella sessione del prossimo mese con una soluzione ancora più condivisa, a fronte di qualche piccola precisazione in più.

 

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Le cure integrate: finalmente in Ticino!

Verso la fine dello scorso anno ha suscitato un certo interesse mediatico – e non poteva mancare anche un po’ di polemica – la creazione di una rete di cure integrate di medici ticinesi. Si tratta della prima rete di medici in Ticino che, sulla base di un particolare modello assicurativo, offre sconti maggiori agli assicurati, molti dei quali tra il 2019 e il 2020 hanno visto ridursi (!) il premio.

Ciò che alle nostre latitudini risulta essere una novità, è conosciuto da tempo nel resto della Svizzera. Nel 2018 erano assicurati ad un modello simile oltre il 30% dei bernesi e degli zurighesi, il 40% dei grigionesi e oltre il 41% dei cittadini di Neuchâtel. Dunque, anche in Romandia il modello ha riscosso ampio successo, mentre a livello svizzero 1/3 degli assicurati è ormai associato a modelli che propongono cure integrate.

I medici promotori dell’iniziativa in Ticino – quasi un centinaio – non si sono quindi spinti in territori inesplorati. La logica dei modelli di cure integrate, oltre ad aver dimostrato di essere in grado di ridurre i costi (ergo direttamente i premi), si basa su una maggior coordinazione delle cure dei pazienti, tra le altre cose grazie a processi unificati in grado di eliminare i doppioni e – studi accademici alla mano – aumentare la qualità e la sicurezza delle cure. Contrariamente a quello che conosciamo oggi in Ticino come “modello del medico di famiglia”, il nuovo approccio non considera il medico solo una porta di entrata per cure, specialisti e analisi, bensì un vero e proprio regista dei trattamenti, con una presa a carico più vicina e dunque una miglior coordinazione tra i molteplici attori del sistema. Questo ruolo è molto significativo in caso di pazienti con diverse patologie, i quali vengono statisticamente ospedalizzati meno se la presa a carico avviene nell’ambito di un modello di cure integrate. Non da ultimo, attraverso questo modello viene rafforzato il ruolo del medico di famiglia, attore centrale del nostro sistema sanitario.

L’iniziativa dei medici ticinesi è positiva, sia per i pazienti stessi che per il loro borsellino. Certo, non permetterà di risolvere i grossi problemi del sistema sanitario, di cui ci lamentiamo da anni e per cui facciamo troppo poco. Si tratta però di un passo nella giusta direzione, in grado di contenere la crescita delle spese e ridurre una parte dei doppioni di cui il sistema soffre. L’Organizzazione mondiale della sanità considera che attualmente il 30% dei trattamenti erogati non sarebbero necessari, mentre in alcuni casi sono invece addirittura dannosi. In Svizzera ciò non è diverso. È questa parte di prestazioni in eccesso che dovrebbe attirare l’attenzione della politica, alla ricerca di soluzioni puntuali. Ormai sopra i 10’000 franchi pro capite all’anno, la spesa sanitaria non può tuttavia essere contenuta con una sola misura, come alcuni vorrebbero far credere attraverso ricette miracolose. La soluzione non può che essere una combinazione di diversi strumenti, tali da porre gli incentivi affinché nessun attore del sistema venga indotto ad aumentare la sua fetta di benefici pagata… da tutta la collettività.

La rete di medici costituitasi anche in Ticino è una buona notizia sotto questo aspetto. Ma da sola non basta. Oggi vi sono ancora diversi attori che sono spinti a servirsi ad una tavola imbandita che viene finanziata attraverso i premi dell’assicurazione malattia obbligatoria. Occorre agire anche su altri fattori costosi. Come ad esempio i medicamenti, che oggi assorbono una parte rilevante dei costi della sanità, e quindi, dei nostri premi.